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Interviste

SPARZANZA – Oscurità, potenza e rinascita

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Dopo quasi tre decenni di carriera, gli Sparzanza tornano con il loro nono album in studio, “From Dust To Darkness”, un’opera che segna una svolta decisa verso sonorità più pesanti, cupe e sperimentali. La band svedese, da sempre fedele a un mix letale di heavy metal oscuro, riff granitici e melodie taglienti, alza l’asticella con un lavoro che trasuda intensità, varietà e consapevolezza artistica.

Abbiamo incontrato la band per scavare nelle profondità di questo nuovo capitolo: dalla scrittura dei brani più estremi ai momenti più intimi, passando per il lavoro di produzione e la sfida di reinventarsi senza tradire la propria identità. Un album che non solo colpisce duro, ma lascia anche spazio a riflessioni, atmosfere rituali e un certo romanticismo decadente.

Ecco cosa ci ha raccontato il bassista Johan Carlsson, in esclusiva per MetalShock.it.

 

“From Dust To Darkness” segna un’evoluzione netta nel vostro sound. Cosa vi ha spinti ad abbracciare un approccio più brutale e oscuro rispetto ai vostri lavori precedenti?

Siamo davvero felici di sentirtelo dire. Tutto è iniziato dal fatto che non avevamo voglia di affittare uno studio e di essere stressati per il tempo necessario a registrare e mixare, finendo rovinati e stressati dopo. Dato che Magnus fa dei demo delle sue canzoni che suonano già in modo incredibile, abbiamo pensato che potesse provare a registrare e mixare lui stesso. Abbiamo iniziato registrando “Bad Motherfucker” e “Twitch of the Death Nerve”, e dato che suonavano alla grande, gli abbiamo lasciato continuare con il resto. Questa è la spiegazione per quanto riguarda il suono. Per quanto riguarda i brani, invece, abbiamo semplicemente scelto quelli su cui tutti i membri della band erano d’accordo. Avevamo anche altri pezzi molto validi tra cui scegliere, ma non eravamo tutti d’accordo.

Fredrik ha parlato di un uso vocale molto vario, dal growl al canto più fragile. Quanto è stato difficile (o liberatorio) esplorare queste nuove sfumature vocali durante le registrazioni?

La sfida più grande per Fredrik è stata il fatto che non cantava molto da sei anni. Ma una volta riscaldato, ha un registro vocale impressionante, e dopo un po’ non è più stato davvero impegnativo per lui. A parte forse alcune note molto alte, come quelle nel ritornello di “Fear the Night”. Credo che sia lì che suona al meglio, quando è quasi al limite delle sue possibilità.

Calle ha contribuito con una grande quantità di riff e idee complesse. Come ha influito questa ondata creativa sulla scrittura e sulla struttura dei brani?

Direi che il tempo dispari in “Bloodborne” e il riff principale di “This is not a love song” sono gli elementi più distintivi del contributo di Calle. Ultimamente, ad ogni prova inizia suonando un nuovo riff dei TOOL che ha imparato, quindi immagino che l’ispirazione venga da lì.

“Twitch Of The Death Nerve” viene descritto come qualcosa di veramente diverso per voi. Cosa rappresenta per la band questo brano, e qual è stata la sfida maggiore nel realizzarlo?

La sfida più grande in una canzone come “Twitch…” è renderla pesante e con groove. Ha dei riff piuttosto semplici. Potrei paragonarla a suonare un brano dei Black Sabbath senza essere i Black Sabbath: il groove viene dai membri della band. Per me, ad esempio, nel finale del brano c’è un’outro molto potente, e io suono solo poche note, le stesse della cassa della batteria.

Il vostro album è denso, ma con una produzione che lascia respirare il suono. È una scelta voluta in controtendenza rispetto a molti album metal odierni?

Sì, una scelta molto consapevole. Penso che molti album metal moderni siano troppo compressi e non suonino bene. Quindi per me è davvero importante che ci sia “spazio” nella produzione. E anche che il vinile sia masterizzato bene, dato che ascolto moltissimo dischi in vinile.

“The Great Noise” è un finale quasi rituale per l’album. Potete raccontarci come è nato questo brano e cosa rappresenta per voi nella chiusura del disco?

“The Great Noise” è una canzone scritta da Fredrik e Magnus insieme, e parla di un evento avvenuto in Svezia nel 1668 chiamato “The Great Noise”, ovvero un periodo di caccia alle streghe in cui donne venivano accusate, annegate e bruciate. Non rappresenta davvero qualcosa in particolare, se non per l’outro che suona benissimo come chiusura del disco.

Il titolo stesso, “From Dust To Darkness”, evoca un’immagine potente e apocalittica. Qual è il concept dietro l’album, e cosa vi ha ispirati a livello lirico e tematico?

Non c’è un vero e proprio concept dietro l’album. Ogni brano tratta argomenti diversi, dall’amore al diavolo. Ma in generale, sono temi molto oscuri, cosa che non è nuova per noi. Credo però che i testi questa volta siano migliori che mai.

Siete attivi dal 1996: come si riesce a restare fedeli alla propria identità pur rinnovandosi costantemente, soprattutto in un panorama musicale così saturo?

Cerchiamo solo di divertirci insieme e di suonare la musica che ci piace e che è divertente da suonare. L’evoluzione è sempre stata naturale nel corso degli anni. Un fattore importante è che abbiamo la stessa formazione da molto tempo. Non siamo i musicisti più tecnici al mondo, ma quando suoniamo insieme c’è un certo feeling.

L’album sarà disponibile su vinile, CD e streaming, e sappiamo che ci saranno anche video ufficiali. Quanto conta oggi, per voi, il legame visivo con la musica?

I video, per una band come la nostra, non sono la cosa più importante. I nostri ascoltatori principali non sono su YouTube. Quindi questa volta siamo stati pigri: abbiamo fatto solo un video con la band e poi lasciato che una casa di produzione realizzasse il resto dei lyric video. Ovviamente volevamo che avessero un bel look… oscuro. E così è stato, ed è importante per noi.

Concludiamo con uno spazio libero: volete lasciare un messaggio ai fan italiani e ai lettori di MetalShock.it?

Grazie per averci contattati e per aver parlato con noi. Speriamo davvero che amerete il nostro nuovo album tanto quanto lo amiamo noi. Speriamo di vedervi tutti presto, in tour.

 

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