Interviste
IL RITORNO DELL’ACCIAIO – Incontro con gli Steel Seal
Fireraiser, nuovo e quarto atteso album dei romani Steel Seal, è tra i migliori di questi primi mesi del 2026. Ne abbiamo parlato, ad un mese dell’uscita, con il leader e fondatore del gruppo, Marco Marco Valerio Zangani, realizzando l’intervista che segue.
Marco, con il nuovo disco Fireraiserr, festeggiate il traguardo del quarto CD in oltre vent’anni di attività: vuoi raccontare la vostra storia ai lettori di Metal Shock?
Certo, Davide, volentieri. La storia degli Steel Seal comincia per mia iniziativa nel 2003, quando, dopo che si era esaurita la mia precedente esperienza con il gruppo hard rock romano Sacer Tiber, aggregai intorno a me alcuni musicisti più giovani, ma già veterani della scena metal romana: il tastierista Adriano Rossi, il bassista Roberto Fasciani e il cantante Bruno Baudo. Si costituì così il primo nucleo del gruppo, quello che ha registrato il Demo 2003: un mini-CD promozionale di cinque brani con le parti di batteria sintetizzate al computer che riscosse l’attenzione di diverse case discografiche nel corso del 2004 e ci portò a firmare il contratto con l’Underground Symphony, per la registrazione del nostro primo album. Subito dopo, tuttavia, taluni problemi personali e di rapporti fra di noi portarono al rinnovo di quasi tutta la formazione, con la fuoruscita di Baudo e il subentro di Andrea Orciuolo a Fasciani e di Fabio Bernardi a Rossi (che, tuttavia, continuò a collaborare con noi per il primo album), seguiti dall’arrivo di Luca Iovieno come batterista, anche lui già noto nella scena metal. Rimaneva scoperto il ruolo del cantante, ma la qualità dei brani ci parve tale da autorizzarci a sperare nella collaborazione di un vocalist famoso a livello internazionale, e infatti nel 2004, dopo aver sottoposto il Demo ad alcuni dei più affermati cantanti metal del mondo, ottenemmo la disponibilità a partecipare al progetto di vere e proprie star come Doogie White e DC Cooper. Ad inizio 2006, raggiungemmo l’accordo finale con Cooper e completammo la registrazione di By the Power of Thunder, che uscì a fine dicembre 2006 in Asia e Giappone per la Marquee-Avalon e qualche settimana dopo nel resto del mondo, con l’Underground Symphony. Nel 2008, mentre prendevano forma i brani del secondo album, da intitolarsi Redemption Denied, nuovi problemi interni portarono alla fuoruscita di Orciuolo e Bernardi (che, peraltro, continuò a collaborare al nuovo disco), e al conseguente rientro di Fasciani e Rossi: si costituiva, così, la formazione che è ancora quella attuale, integrata dalle collaborazioni esterne, anch’esse destinate a durare, di Lorenzo Milone, un chitarrista romano di talento, con numerose esperienze con gruppi italiani, e del noto cantante Val Shieldon (già con Sigma, Oracle Sun e altri), che duettò su uno dei brani con il nuovo cantante principale, anche stavolta un ospite con un nome illustre a livello mondiale, Thomas Vikstrӧm (Candlemass, Brazen Abbot, Stormwind, Therion, ecc.). Le registrazioni del nuovo album terminarono nella seconda parte del 2009, e Redemption Denied uscì per l’Underground Symphony nel 2010. Nel 2011, con una formazione ormai stabilizzata, cominciammo a lavorare sul terzo album, la cui gestazione risultò, peraltro, lunga e travagliata per una serie di ragioni, inclusa la difficoltà di trovare come cantante un successore non solo all’altezza dei precedenti, ma anche in grado di contribuire ad imprimere al suono del gruppo una prima svolta verso il tipo di sonorità ancora più epiche e suggestive che ricercavo io: alla fine si giunse ad un accordo con il rinomato cantante italiano Fabio Lione (Labyrinth, Rhapsody of Fire, Vision Divine, Angra), che registrò come ospite le parti vocali dei dieci brani del nuovo The Lion’s Den, uscito dopo diversi rinvii nel corso del 2017; fra i collaboratori, oltre a Milone e a Shieldon, figurava anche il tastierista Andrea De Paoli (Shadows of Steel, Labyrinth, Vision Divine). Infine, visto che l’evoluzione verso il nuovo tipo di sonorità, molto ben riuscita, mi aveva pienamente convinto a livello artistico e si era rivelata vincente fra la critica specializzata ed i fans, con la stessa line-up e lo stesso cantante ospite iniziammo nel 2018 il lavoro di registrazione del quarto album, intitolato Fireraiser, che fu completato a fine 2020 presso gli Outer Sound Studios di Roma, come i tre precedenti; su un brano Lione duetta con l’altro cantante Andrea Marchisio (Desdemona, Highlord), mentre sono stati confermati anche i consueti ospiti Milone e Shieldon, che canta sulla cover di un brano dei Warlord inclusa come bonus track. Dopo, anche questa volta, una serie di rinvii connessi ad imprevisti e a scelte gestionali dell’Etichetta, Fireraiser è stato appena pubblicato, nell’aprile 2026, dall’Underground Symphony.
Nel vostro nuovo lavoro si coglie il desiderio d’unire insieme il power sinfonico e neoclassico con la grande tradizione dell’hard & heavy di scuola inglese…
Sì, la fusione del power metal neoclassico contemporaneo con l’hard-and-heavy “classico” di scuola anni ’70-’80 in una nuova e trascinante sintesi, pensata per amalgamare potenza e melodia, intensità ed armonia, è sempre stata la scelta di base, potrei anzi dire il manifesto programmatico intorno al quale si sono aggregati ed hanno lavorato negli anni gli Steel Seal. Si è trattato fondamentalmente di una mia scelta, come fondatore del gruppo, che avevo maturato già da molto tempo ma che con i Sacer Tiber non ero riuscito a mettere in atto, finalizzata ad ottenere una musica certamente elaborata, ricca di trame sonore intrecciate per chitarra e tastiera, ma sempre diretta, fluida ed intrigante, nello stesso tempo epica e vigorosa, quanto melodica ed evocativa, ed in particolare capace di immergere l’ascoltatore in quelle atmosfere suggestive e quasi incantate che avevano caratterizzato soprattutto l’ultima e più matura parte della storia dell’hard rock. Come punti di partenza potrei in sintesi indicare (ce ne sarebbero anche altri, ma per restare ai fondamentali) Y. Malmsteen e Stratovarius per il power metal e Rainbow e Black Sabbath del periodo Dio-Martin per l’hard’n’heavy, il tutto inquadrato nella cornice fondamentale dei seminali Led Zeppelin e Deep Purple. Un particolare sforzo (ho lavorato per anni a scriverli e perfezionarli…) è stato poi sempre dedicato alle parti vocali, nell’intento di ottenere testi di alto livello, che potessero contare su versi lirici di grande valore, profondi e ricchi di significato, spesso ispirati da composizioni di famosi poeti, soprattutto romantici ma non solo, inglesi ed americani (il grande Edgar Allan Poe, Coleridge, Keats, Shelley, Byron, Longfellow, Felicia Hemans, ma anche Blake, Kipling, Wilde, Whitman ed altri ancora): a ripensarci oggi, col senno di poi, devo purtroppo dire che mi pare un lavoro grande ed ammirevole dal punto di vista puramente artistico ma ai fini pratici inutile, se non addirittura sprecato, considerato che in questi vent’anni non riesco a ricordare una sola recensione, articolo o commento italiano o straniero che si sia soffermato sulla bellezza ed il valore di testi che in certi casi, secondo me, attingono vertici di vera poesia…. Nel 2008 i testi del primo album furono persino inclusi nel sito statunitense Americanpoems.com ma non ricordo che ne abbia mai parlato nessuno e io stesso me ne accorsi dopo, per caso, nel silenzio generale.
Si ti dico Rainbow, cosa mi dici?
Un grande modello ed un punto di riferimento costante, per gli Steel Seal, nonché una fonte di ispirazione preziosa e quasi inesauribile per me come compositore dei brani del gruppo. Credo che con il loro stile melodico ma vigoroso, epico e sontuoso, nello stesso tempo, in taluni casi persino maestoso e solenne, i Rainbow siano stati sotto non pochi aspetti superiori agli stessi Deep Purple, in particolare per quelle atmosfere magiche e sognanti, di grande fascino, che i loro brani sapevano creare con notevole continuità e che invece nei Purple erano meno frequenti, credo soprattutto per le differenze di espressività e suggestione delle parti cantate, oltre che di stile e tematiche trattate fra i cantanti. E’ stato un peccato che l’esperienza dei Rainbow – perlomeno dei “veri” Rainbow, quelli con Ronnie James Dio: quello che è venuto dopo, a partire dall’abbandono di Dio e dalla sciagurata svolta commerciale e “americana” di Blackmore, è purtroppo una storia del tutto diversa – sia durata così poco, solo quattro anni e quattro album, ma abbastanza per rappresentare, secondo me, il punto più alto dell’evoluzione dell’hard rock, poco prima dell’inizio del declino. E del resto, non credo che sia un caso che il loro periodo di attività con la formazione “storica” (dal 1975 al 1978) coincida con l’ultimo scorcio degli “anni ruggenti” dell’hard rock, quello in cui il genere raggiunse il culmine del suo sviluppo, della sua diffusione e popolarità, del suo stesso livello tecnico e compositivo: si può dire, secondo me, che con la fine dei primi Rainbow sia in buona parte finito lo stesso hard rock, che stava oramai per lasciare il posto ad altri generi musicali nell’interesse del pubblico e all’heavy metal nell’ambito delle stesse sonorità più dure.
In generale, qual’è la tua formazione musicale in termini di ascolti?
Uhm, qui la risposta è decisamente un po’ lunga e complessa ma si capirebbe poco senza il contesto generale…. sarà che si parla di tanti anni fa e che le cose erano tanto diverse da oggi! Fin dalla più tenera età, ho precocemente iniziato ad interessarmi di musica e a manifestare grande interesse nell’ascoltarla, ma all’epoca, anche se oggi può sembrare inconcepibile, i mezzi di diffusione con cui la musica leggera poteva essere portata alle orecchie o anche solo alla conoscenza del pubblico erano veramente limitati un po’ per tutti, figuriamoci per un bambino… In TV c’erano solo i canali RAI e alla radio in lingua italiana era quasi lo stesso, con pochissime eccezioni, come la neonata Radio Montecarlo, che però non era basata in Italia, non sempre si riceveva bene in tutte le zone e a volte non si “prendeva” affatto (della radio vaticana nemmeno a parlarne, e comunque non l’avrei mai ascoltata…); nell’emittente di Stato, poi – e la situazione non era molto diversa altrove, solo un po’ migliore – le trasmissioni musicali erano poche e “ingessate” e proponevano quasi solo brani di genere melodico italiano (le famose “canzonette”, ancora oggi tanto diffuse) e pop-beat di derivazione inglese, del tipo Beatles ed epigoni vari, allora sulla cresta dell’onda, nonché qualcosa della musica commerciale americana via via più di moda (Beach Boys, Frank Sinatra, Elvis Presley, Simon & Garfunkel, ecc.): tre tipi di musica che non mi hanno mai non dico appassionato o coinvolto, ma nemmeno interessato (Sanremo mi ha anzi sempre dato quasi un fastidio fisico, ma devo pur dire che comunque era sempre meno peggio delle pallosissime litanie note come “canzoni di protesta” dei cantautori “impegnati” e politicizzati, che si stavano sempre più diffondendo, una vera piaga della musica italiana e internazionale, secondo me). Se cercavi altro dovevi avventurarti in complicate ricerche sulle onde medie e lunghe di emittenti estere, che si ricevevano lontanissime e molto disturbate, ed erano comunque in lingua straniera, a quel tempo per me del tutto incomprensibile. Inoltre, c’erano non più di due o tre riviste musicali, anch’esse molto “moderate” circa i generi trattati, e che, comunque, nella mia famiglia non si compravano; i giornali “seri” si occupavano pochissimo di musica, e nei negozi di dischi si poteva riscontrare lo stesso generale disinteresse che c’era tra la gente comune verso musica “altra” da quella che ho detto. Pertanto da bambino, quando volevo ascoltare “buona” musica, ricorrevo alla collezione di dischi di musica classica di famiglia, che mi davano ben altre sensazioni e soddisfazioni, soprattutto la musica strumentale – in particolare quella sinfonica, ma anche quella per singoli strumenti, quali organo, pianoforte o violino e quella da camera, decisamente meno la lirica; la mia formazione musicale “di base” come ascoltatore è stata quindi essenzialmente classica. Solo dopo, verso la metà degli anni ’70, con l’esplosione della modulazione di frequenza, prima praticamente inutilizzata, e l’avvento delle radio private, o “libere”, come si diceva allora, la cui programmazione all’inizio era quasi totalmente (per il 90% della giornata, direi) musicale, perché costava pochissimo, cominciai ad avvicinarmi a generi di musica leggera più gratificanti e coinvolgenti di quelli che conoscevo, e fu davvero una lieta novella, benché fossi per istinto decisamente selettivo muovendomi nell’ambito della valanga di buona e cattiva roba che di colpo mi pioveva addosso. In ordine di gradimento, mi piacevano soprattutto il progressive, molto ispirato dalla musica classica, elaborato ed ipertecnico e a quell’epoca negli anni del suo massimo fulgore, sia di gruppi inglesi (Yes, Genesis, ELP, Pink Floyd, Jethro Tull e altri) sia italiani, benché a me fino ad allora del tutto sconosciuti (PFM, Banco del Mutuo Soccorso, Goblin e altri); poi, il nuovo rock-blues angloamericano (Rolling Stones, Who, Doors, Aerosmith, Cream, ecc.), più semplice, immediato e commerciale, ma di grande impatto e autore di taluni brani veramente celebri; il contry’n’western (Eagles, CSNY, America ed altri) e il southern rock (Allman Brothers Band, Lynyrd Skynyrd, ZZ Top) americani, piacevolmente “facili” e “popolari”; la musica elettronica, o “sperimentale” come si diceva allora, tedesca (Kraftwerk, Tangerine Dream, Klaus Schulze), molto più “difficile”, elitaria e concettuale; e, marginalmente, qualche altra cosa ancora, come taluni lavori jazz-rock di Tommy Bolin e Billy Cobham (benché il jazz sia un altro tipo di musica che non mi ha mai interessato). Ma, soprattutto, entrai per la prima volta in contatto con il genere che doveva diventare “il mio genere”, l’hard rock, che allora (non c’era l’attuale differenziazione e frammentazione in mille sottogeneri) era un contenitore unico in cui confluivano realtà molto diverse fra di loro (dai Led Zeppelin ai Deep Purple, dai Black Sabbath ai Blue Oyster Cult, dai Judas Priest agli Scorpions, dai Kiss ai Grand Funk, dagli Uriah Heep agli AC/DC, e così via), purché caratterizzate da sonorità “dure”. Ecco, quella fu una vera rivelazione per me, e mi accorsi che le profonde emozioni e sensazioni che quella musica mi dava, le corde più intime che riusciva a toccare e far vibrare nel mio animo, i brividi che mi faceva correre lungo la spina dorsale, si avvicinavano non poco a quelli che solo la musica classica mi aveva saputo dare fino ad allora. Solo dopo, verso la fine degli anni ’70 (dal 1977-78 in poi), con i vari Motorhead, Saxon, Iron Maiden e la NWOBHM, Van Halen, ecc., comparve anche l’heavy metal, il primo sottogenere dell’hard, di cui all’inizio era poco più che una semplice esasperazione ed estremizzazione, ma che non tardò ad assorbirne e superarne anche la complessità dei brani e il livello esecutivo strumentale, ed era a sua volta destinato nel tempo a dividersi nei tanti rivoli di oggi (thrash-, power-, speed-, black-, death-, doom-, glam-, gothic-, progressive- e altri metal ancora). Infine, con la comparsa qualche anno più tardi (nel 1983, mi pare) del fenomeno Yngwie Malmsteen, si completò la mia formazione musicale in termini di ascolti, anche perché si erano nel frattempo affermati nuovi generi musicali, come punk, disco-music, reggae e ska ed il pop sgangherato, modaiolo e plastificato delle boy band, che mi suscitavano solo avversione, e fu in quel momento che, visto che da un po’ di tempo avevo iniziato a suonare la chitarra, decisi che, se come fruitore ed appassionato di musica avrei continuato ad ascoltare e gradire diverse altre cose, come musicista avrei invece suonato solo ed esclusivamente hard and heavy rock. Se, dunque, come chitarrista mi si può senz’altro definire un “metallaro integrale”, ciò non toglie che anche gli altri generi su cui mi sono formato come ascoltatore abbiano, senza dubbio, concorso anch’essi in una certa misura alla mia formazione come compositore e al mio modo di scrivere brani metal, come hai acutamente notato anche tu nella tua recensione.
Ancora più in generale, cosa rappresentano la musica e il metal in particolare per te e per voi?
La musica per me? Non voglio dire una ragione di vita, per non apparire esagerato o retorico, ma comunque, come penso emerga chiaramente dalla risposta alla domanda precedente, una grande passione, sicuramente la più profonda e duratura della mia vita, e credo che la stessa cosa si possa senz’altro dire per i miei bandmates, anche tenendo conto che, a parte Roberto Fasciani, nessuno di noi è un musicista professionista a tempo pieno, e tutti noi abbiamo altri lavori ed occupazioni, per cui è essenzialmente la passione che ci ha guidato negli anni e ci spinge tuttora ad andare avanti. Il metal, invece, io lo sento, come ho detto prima – ma qui posso parlare soltanto per me, per gli altri sarà sicuramente diverso in qualche misura – come il genere musicale che più di ogni altro si presta ad esprimere nella realtà di oggi i sentimenti, gli stati d’animo, lo spirito e la concezione del mondo che è stata propria in passato della musica classica… ecco, potrei dire che per me il metal è l’unico genere di musica leggera che può essere oggi in qualche modo l’erede e il continuatore della musica classica, ed è stata sicuramente questa la ragione che, certo a livello ancora inconscio ed istintivo, mi portò da ragazzo a decidere che non avrei mai suonato musica di altro genere. L’alternativa sarebbe stata intraprendere gli studi musicali al Conservatorio e cercare di diventare un vero musicista classico, ma ormai avevo ben compreso che, purtroppo, la musica classica stava morendo, anzi si stava suicidando dal suo stesso interno, con musica atonale e dodecafonia (o dodecacofonia, come ho sempre detto io), Schӧnberg ed il serialismo, Stockhausen, Cage e la musica aleatoria (sic…) e altre grottesche aberrazioni di questo genere, e non avrei certo potuto tirarla fuori io da un simile processo necrotico, per cui era preferibile cercare di recuperarne lo spirito e l’ispirazione attraverso il metal. Poi, col passare degli anni, quella scelta allora istintiva si è gradualmente evoluta nel progetto consapevole di elevare il metal da “semplice” musica leggera al livello di un genere di musica colta, come la classica, o perlomeno avvicinarvelo il più possibile, dotandolo di tutti gli elementi necessari, come le partiture ricche ed elaborate neoclassiche anche nella forma, il cantato di tipo lirico, i testi poetici e profondi di stampo letterario e le atmosfere e sonorità “giuste”, per le quali le tastiere sono importanti almeno quanto la chitarra: a questo è, in fondo, finalizzato tutto il mio lavoro con gli Steel Seal. Forse qualcuno sorriderà di queste mie parole, ma provate a considerare come il metal esprima fondamentalmente la stessa concezione tragica ed eroica dell’esistenza, che era propria della musica classica più celebre e conosciuta, quella del periodo romantico, e come la varietà e la complessità delle partiture e delle sonorità del metal corrisponda molto bene a quella della classica, soprattutto del periodo barocco, tanto che da quest’ultima si possono estrapolare pari pari o adattare facilmente specifici passaggi ed anche intere parti da includere nei brani metal, con risultati veramente eccellenti (io, per esempio, l’ho fatto con il sublime Bach, Paganini, Albinoni, Musorgskij, Vivaldi, l’immenso Beethoven – provo quasi reverenza nel confrontarmici… – e poi con Verdi, Tchaikovsky, Rimskij-Korsakov, Tartini, Orff ed altri; ma basta pensare ai lavori di Malmsteen, Impellitteri, Paul Gilbert, dello scomparso V. Kuprij e a diversi altri musicisti metal). Anche le parti cantate, infine, possono essere sviluppate, disponendo ovviamente di un cantante all’altezza, quasi nel senso della musica lirica, come dimostra benissimo il lavoro del compianto Ronnie James Dio. Ecco, pensate a tutto questo e forse le mie affermazioni non vi sembreranno più tanto strampalate… e del resto, l’affinità fra metal e musica classica è ben testimoniata dai ripetuti tentativi di fusione dei due generi (un percorso che ho sempre seguito con grande interesse, ma cui finora non ho mai ritenuto di partecipare) che fin dalla nascita dell’hard rock (il Concerto for Group and Orchestra dei Deep Purple è del 1970) in avanti (basti citare Concerto Suite for Electric Guitar and Orchestra di Y. Malmsteen del 2002) hanno caratterizzato negli anni, con esiti più o meno convincenti, ma secondo me non ancora del tutto riusciti, la storia del metal.
Tutti e quattro i vostri album sono usciti per la Undeground Symphony. Quanto è importante per gli Steel Seal il rapporto con la casa discografica di Maurizio Chiarello?
Molto importante davvero, più di quanto generalmente non si possa credere guardando le cose dall’esterno. In realtà, Maurizio ha avuto un ruolo fondamentale nella storia e nell’evoluzione degli Steel Seal ed è stato determinante nel far diventare il gruppo quello che è adesso, in particolare, ma non solo, per un episodio che pochissimi conoscono e di cui non avevo mai parlato pubblicamente prima d’ora (è una specie di esclusiva per te, Davide, ride). Quando entrammo in studio per registrare il primo album, in realtà un cantante l’avevamo: si trattava di un vocalist piuttosto noto non solo a Roma, avendo anche, a differenza di noi, già realizzato album ufficiali con altri gruppi, e che era subentrato a Baudo per registrare By the Power of Thunder e diventare membro permanente del gruppo; solo che questi non si presentò in studio alla data stabilita, senza preavviso e senza spiegazioni, né si fece più sentire in seguito, e non ho mai capito per quale ragione. Quando, ancora incerto sul da farsi a quel punto, riferii l’accaduto a Maurizio, fu lui (io, in quel momento, non ci avrei pensato neanche lontanamente…) a dirmi che riteneva talmente elevati la qualità della nostra musica ed il valore dei nostri brani da ritenere opportuno ricercare la collaborazione di un cantante metal affermato e persino molto conosciuto, se non addirittura famoso, a livello internazionale, e aggiunse che, se fossi stato d’accordo, avrebbe pensato lui a contattare i soggetti più idonei e anche collaborato con noi a sostenere le spese necessarie. Ecco, come puoi capire, per noi che eravamo un gruppo ancora sconosciuto e quasi totalmente esordiente – gli ultimi arrivati, come si suol dire – una tale manifestazione di stima e di considerazione da parte del titolare di un’Etichetta storica del metal italiano, così esperto ed autorevole e che aveva o aveva avuto sotto contratto alcuni tra i gruppi più importanti del settore, significò tantissimo e fu un’enorme iniezione di autostima, fiducia in noi stessi e consapevolezza delle nostre possibilità che si rivelò decisiva per far evolvere il nostro lavoro e la nostra musica nel senso che hanno poi assunto; oltre a consentirci, ovviamente, di collaborare con grandi professionisti che hanno contribuito non poco ad attirare forte attenzione su di noi fin dall’esordio, e a farci rapidamente conoscere nel mondo. Anche dopo l’uscita del primo album, inoltre, l’Underground Symphony ci ha sempre seguito e sostenuto con utili consigli ed azioni concrete e, benché non tutto sia stato sempre rose e fiori o sia sempre filato liscio come l’olio, si può oggettivamente dire che senza il rapporto con Maurizio la storia degli Steel Seal sarebbe stata sicuramente diversa. Dico queste cose ad onor del vero e spassionatamente, anche se so bene che a qualcuno non piaceranno e che potrebbero anche dar luogo a maldicenze e sospetti tanto su di me, di “sviolinate” opportunistiche ed interessate volte ad ottenere chissà quali vantaggi, quanto su Maurizio, di parzialità e trattamenti di favore attuati in cambio di chissà cosa o in danno di chissà chi; ma che vuoi farci, io credo che nella vita, prima o poi, arrivi sempre il momento di dare a Cesare quel che è di Cesare, e tant’è.
Quali sono i progetti futuri degli Steel Seal?
Mah, ormai è un po’ di tempo che abbiamo rinunciato a fare progetti precisi e piani di sviluppo e sostanzialmente viviamo alla giornata, anche perché, negli anni, abbiamo imparato che i progetti sono un po’ come i piani di guerra, non si realizzano mai come previsto… Certo, ci piacerebbe registrare un altro paio di album in studio, utilizzando il materiale ancora inedito che ho composto negli anni ed è quindi già disponibile, e che ci sembra davvero di ottimo livello, e magari chiudere la carriera con un ultimo album registrato sul palco, del tipo un grande triplo dal vivo come usava negli anni ’70… ma si tratta appunto di desideri e aspirazioni, e non di programmi precisi, molto dipenderà dall’accoglienza che riceverà il nuovo Fireraiser e che speriamo possa essere migliore di quella dei nostri precedenti lavori; e non mi riferisco alla critica e alle valutazioni degli operatori specializzati, che su di noi sono sempre state estremamente lusinghiere ed anche eccellenti, a parte l’aspetto dei testi di cui ho parlato prima, ma al riscontro che poi hanno avuto in concreto i CD in termini di articoli, passaggi radiofonici, interviste, inviti a festival e concerti, contatti, eccetera – all’interesse per la nostra musica in senso generale, quindi, e non tocco nemmeno il tasto delle vendite…. Ecco, da questo punto di vista, devo dire che i nostri album non hanno raccolto finora quello che secondo noi avrebbero meritato, e circa i testi in particolare mi secca non poco pensare che in ambito metal non c’è nessun interesse per versi di grande e poetico lirismo come i nostri, quando in altri contesti non si perde occasione per magnificare con cori di osanna ed esaltare in ogni modo coacervi di banalità, slogan e luoghi comuni quali i testi di molti “eroi” addomesticati del mainstream music business globale (e qui mi salgono alle labbra quattro o cinque “grossi nomi” ma preferisco mordermele e tacere: ogni cosa a suo tempo, e in questo caso non è ancora arrivato il momento di Cesare…). Il colmo, poi, è quando a questi cori si uniscono anche appassionati di metal, magari gli stessi che poi si lamentano (giustamente) di come il mainstream music business quasi sempre emargini, discrimini ed ignori il nostro genere musicale… Io credo che noi metallari dovremmo pensare a cosa facciamo noi stessi per la “nostra” musica ed aprire gli occhi sul buono che abbiamo in casa nostra, prima di abboccare all’amo di scaltre superstars che non sono migliori di noi ma, sanno bene come vendere la propria mercanzia anche se da quattro soldi spacciandola per oro colato. Alla fine, però, non si può mai dire, nella vita le cose possono cambiare da un momento all’altro e magari, chissà, capiterà anche a noi a partire da adesso… chi vivrà vedrà! E, comunque, voglio aggiungere questo per finire: qualunque cosa possano ancora fare gli Steel Seal in campo musicale, da oggi in avanti, l’obiettivo rimarrà lo stesso di sempre, cioè creare musica che possa trascendere il tempo, come i più bei brani della musica classica e dell’hard’n’heavy degli “anni ruggenti”, per “restare” attraverso il fluire e susseguirsi sempre più frenetico di mode ed epoche musicali… ma è meglio che mi fermi qui, se no oltre che per illuso mi prendono pure per megalomane [ride]! A presto, Davide, grazie di nuovo e buon lavoro!




