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Interviste

LIE TEARS – Le promesse profetiche di un suono eterno

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E’ appena uscito il terzo disco degli emiliani Lie Tears, un vero gioiello di hard prog melodico e metallizzato, tra i migliori e più originali degli ultimi anni. Ne abbiamo parlato con il batterista Claudio Mattei, toccando molti temi di notevole interesse.

Sono trascorsi molti anni dal vostro esordio… Si era a fine anni Novanta, eppure il vostro suono è riamsto lo stesso di allora, conservando intatta tutta la sua originaria magia, come se il tempo non fosse passato, oltretutto personalissimo. Anche se siete stati etichettati come prog metal, trovo la definizione molto se non troppo restrittiva se la si applica ai Lie Tears…

Intanto, ciao Davide, e grazie tante per questa intervista; dopo tanti anni di assenza ci fa molto piacere poter parlare di questo nostro ritorno sulla scena. Questo è sempre stato il nostro intento: riuscire a mantenere il marchio di fabbrica che comunque ci aveva fatto conoscere nella scena underground mondiale con ottimi risultati, e non era certo così scontato, avendo cambiato due membri importantissimi della band, e non ti nascondo che è stato davvero difficile trovare due persone come Ale alla voce e Riky alla chitarra; per tanti anni, siamo andati avanti solo in tre per creare alcuni dei nuovi brani che si trovano in Prophetic Promises, con momenti anche di rassegnazione. Siamo contenti che, alla fine, comunque abbiamo ottenuto qualcosa che ricorda chi siamo anche dopo anni.

L’etichetta prog metal, a cui aggiungerei anche Rock, è comunque qualcosa che nella musica si è sempre dovuta dare, anche solo per il fatto di presentarsi a dei nuovi ascoltatori che non sanno che musica troveranno nel disco; sono d’accordo con te sul fatto che forse queste etichette non basterebbero per noi; ascoltando comunque generi diversi all’interno della band è quasi automatico che ognuno ci metta la propria impronta [ride] e così è sempre stato.

Nella vostra musica ho sempre colto echi del new prog inglese dei bei tempi…

Direi che non sei lontano, metà della band ha ascoltato parecchio Marillion, Genesis, Camel, King Crimson, ma spesso ci paragonano, secondo me esagerando [ride di nuovo] ai grandissimi Rush, una band a cui io personalmente sono parecchio legato.

Una caratteristica del vostro sound è sempre stata la raffinatissima ricerca melodica… Quanto è importante per voi la creazione dell’atmosfera?

La melodia è la struttura sintattica con cui si sviluppa il linguaggio musicale; la potenza e l’imprevedibilità della divisione metrica, tipiche del progressive, ne rappresentano la punteggiatura, ma alla fine è l’armonia a restare scolpita nel nostro cervello. Se ci fossimo prefissati di creare il disco più strano o più difficile, avremmo sempre trovato qualcuno più strano e tanti musicisti più virtuosi. Ciò che manca nel mondo della musica sono gli autori; per questo, ci siamo concentrati sull’aspetto compositivo.

Nel nuovo disco vi è moltissimo spazio dato al pianoforte, scelta che trovo azzeccatissima…

La scelta del pianoforte in molti brani è dovuta dal fatto che le note che escono da questo bellissimo strumento, unite a quelle sinfoniche degli archi, creano una magia unica, che trasporta chi ascolta nella narrazione della storia. Come se fosse la colonna sonora di un film.

Claudio, che cosa rappresenta per voi questo nuovo disco? Quanto ci avete lavorato?

Per noi, questo disco rappresenta una rinascita ed una rivincita per chi magari ci dava ormai per spacciati [ride], ma soprattutto ci ripaga di tutto il lavoro fatto in tanti anni fuori dalla scene e sempre chiusi in sala, per questo ringraziamo Maurizio Chiarello e Underground Sinphony per aver creduto di nuovo nel nostro progetto; sicuramente, l’entrata di Alessandro e Riky ha accelerato la fine del disco, portando anche delle innovazioni nella scrittura dei testi e nella stesura dei brani, ma soprattutto nell’approccio musicale, sicuramente più professionale rispetto ai tempi passati; come tempistica direi che ci abbiamo lavorato un cinque anni circa, anche considerando lo stop causa covid, che ha rallentato ulteriormente; la fortuna di avere il nostro studio e la nostra sala prove ci aiuta a curare molto di più gli arrangiamenti e le scelte sonore di ogni strumento; in aggiunta, questa volta abbiamo collaborato per i mix con Alessandro Salonia nel suo studio superprofessionale, che ha dato quella aggiunta di suono in più nella riuscita finale.

Calore ed emozione traspaiono, oggi come allora, dai vostri brani. Che cosa significa fare musica per voi?

Per noi fare musica significa amore per quello che facciamo e sicuramente il “genere” che suoniamo aiuta ad esprimere al massimo i sentimenti di ognuno di noi all’interno di ogni brano; il fatto di non porsi mai dei limiti compositivi, non tenere mai canovacci prestabiliti dal mondo discografico, ma mettere sempre ciò che sentiamo dentro in qualsiasi momento del brano, che piaccia o no fuori dal nostro mondo, se poi questo traspare anche fuori e tocca il cuore di chi ascolta, allora missione compiuta: per noi questo è fare musica.

Di cosa parla Prophetic Promises nei testi?

I testi scandiscono le atmosfere musicali e viceversa; gli argomenti sono diversi, ma l’approccio rende la visione d’insieme simile a quella di un concept album. L’esperienza di vita che ognuno di noi ha maturato ha fornito un approccio diverso da quello che potrebbe avere un gruppo di adolescenti, ma nonostante un senso di maggior disincanto, nel disco non passa il senso della rassegnazione. Siamo artefici del nostro destino o lo subiamo passivamente? Comunque non ci si tira indietro. Nei testi non sono importanti gli eventi o il contesto, quanto l’approccio psicologico e i sentimenti. Promises descrive la storia d’amore di una famiglia spezzata da una guerra moderna. Letters from the Death Row getta uno sguardo nei retroscena della pena di morte. Family Album usa il pretesto di una famiglia ben precisa, per analizzare gli equilibri di una famiglia qualunque. The Glow of the Moment rappresenta un forte richiamo a non sottovalutare il problema del cambiamento climatico. For Love or for Pain è il dramma interiore di un padre che subisce la perdita di una figlia, a causa di una dolorosa malattia; il brano corre sul confine tra accanimento e rassegnazione. The Last Veil si basa sulla vicenda di una ragazza incarcerata per aver postato un video di lei che balla nella sua camera; un testo contro le prevaricazioni che tantissime donne subiscono in molte parti del mondo. Primary Instinct of Survival è un duro viaggio interiore; anche quando tocchiamo il punto più basso della nostra umanità, esiste un motivo per risollevarsi ed affrontare le avversità. Between Dark and Light” è una specie di sintesi di tutte le contrapposizioni che sono presenti nell’album. La luce e il buio ci circondano, ci permeano e ci corteggiano; l’equilibrio con cui li facciamo entrare nella nostra vita identifica il nostro approccio ad essa.

Da quale formazione e ascolti provenite? E cosa pensate del panorama musicale che ci circonda oggi?

Come ti avevo accennato prima, il nostro ascolto, oltre ad essere focalizzato su un genere prevalentemente Progressive-Metal, esce anche da quel mondo specifico, quindi la formazione musicale di ognuno di noi è stata molto varia. Alberto che suona il basso ha sempre ascoltato fusion o rhythm and blues, Riccardo il chitarrista addirittura ha iniziato a suonare questo genere con noi, lui era molto più preparato sugli arpeggi e sulla acustica che sui riffettoni, mentre io, Ale e Andrea invece siamo cresciuti più con il metal classico per poi arrivare con il tempo, forse anche maturando sullo strumento, ad apprezzare artisti più complicati e da lì il passo al prog è stato breve.

Per quanto riguarda il panorama musicale di oggi, credo di poter parlare per tutta la band: vedo tanta roba, ma veramente tanta che non ci si riesce a stare dietro e non sono certo io a giudicarne la qualità più o meno buona, quindi a parte rari casi continuiamo ad ascoltare quello che c’era prima, chiamiamola musica vecchia ma che mai tramonta, per il resto non guardiamo tanto a quello che ci circonda… non vogliamo essere influenzati ascoltiamo tanto i Lie Tears [ride] e non scherzo…

Tre dischi in tre decenni… La speranza è di riascoltarvi presto, senza che debba passare troppo tempo… Quali progetti avete per il futuro?

Purtroppo hai ragione, la speranza è anche la nostra e se tutto rimane come è adesso sono sicuro che il nuovo materiale che in parte è già in fase di sviluppo sarà pronto presto… per ora ci godiamo Prophetic Promises… il futuro per ora è nell’immediato, suonando il più possibile in giro la nostra musica, proponendo un bello spettacolo e divertendoci sempre come una volta: questo è importantissimo, divertirsi e arrivare con la propia arte a piu persone possibili. Ciao e grazie…

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