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Interviste

WITCHUNTERS – Determinazione, tenacia e orgoglio metal

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Pochi giorni solamente dopo l’uscita del loro nuovo disco, il bellissimo Different Universe, abbiamo avuto la possibilità di parlare con i Witchunters: una lunga e densa chiaccherata, su moltissimi ed avvincenti temi e argomenti.

La vostra storia e quella del metal, italiano e non soltanto, si intrecciano inestricabilmente. Siete nati, se non erro, nel 1982, quando in Inghilterra si era in piena NWOBHM. Ci volete raccontare la vostra storia, sino ad oggi?

Cesare Vaccari: Ciao Davide. Ok, mi inviti a nozze, mettetevi comodi. Nell’inverno del 1980 cinque ragazzi amanti di band come Judas Priest, Scorpions, Def Leppard, Tygers of Pan Tang, Kiss, Iron Maiden, AC/DC e compagnia danzante decisero di mettere in pratica la loro voglia di suonare, formando una band che per una decina di giorni si chiamò Night Riders, per cambiare poi il nome in Randoms. Il quintetto divenne di lì a poco un quartetto, quando uno dei chitarristi lasciò la band, e la formazione si stabilizzò con me alla voce (avete letto bene), Renzo Dinozzi alla chitarra, Mirko Malaguti al basso e Maurizio Vecchi alla batteria. Tutti e quattro i musicisti erano alle prime armi e autodidatti, quindi non fu facile trovare canzoni alla loro portata. Dopo qualche mese di prove, in una cella frigorifera in disuso, insonorizzata a dovere con i classici portauova, la setlist della band comprendeva: The Zoo (Scorpions), Suzie Smiled (Tygers of Pan Tang) e Shot Down In Flames (AC/DC) come covers e sei-sette canzoni inedite, di una semplicità imbarazzante… del resto, non c’erano i mezzi per fare di meglio. Maurizio si stancò presto di picchiare sui tamburi e fu sostituito da me, mentre il ruolo di lead singer fu affidato a Domenico Ferrari. Poco dopo Renzo fu chiamato a svolgere il servizio militare e sostituito da Gianfranco Mattioli (R.I.P.), che rimase l’unico chitarrista fino allo scioglimento dei Randoms, che avvenne subito dopo il primo ed unico concerto della band, tenutosi nell’Aula Magna dell’Istituto Fermi di Modena il 22 maggio 1982. Nell’estate di quell’anno, The Wickeds, una band locale che esisteva già da alcuni anni, era alla ricerca di un batterista e venni contattato io. Fu in una serata in birreria davanti ad una media che la band cambiò nome su mia proposta, diventando Witch Hunters, dalla canzone The Witch Hunt dei Rush.

La prima formazione dei Witch Hunters era composta da me alla batteria, Gianni Bruzzi alla chitarra, Daniele Gozzi al basso e voce e Paolo Giusti alla chitarra. Nel giro di pochi mesi, venne composta una decina di canzoni, tutte rigorosamente in italiano. La vera svolta avvenne nel 1984, quando Renzo, terminato il servizio militare, fece il suo rientro nella band, al posto di Gianni Bruzzi, alla chitarra, e grazie all’inizio della collaborazione con George Fyron, cantante poliedrico e dalle eccellenti qualità vocali. Con questa line up rinnovata i Witch Hunters cambiarono completamente la setlist proposta dal vivo, suonando canzoni tratte dal repertorio di band storiche dell’hard rock come Black Sabbath, UFO, Uriah Heep, Montrose etc. Fu soprattutto l’esigenza di dare più spazio alla creatività dei membri della band che portò al determinante cambio di formazione, che vide all’inizio del 1985 l’arrivo di Miguel Esteban Ramirez, ad affiancare Renzo alla chitarra, il ritorno di Mirko Malaguti al basso, già nei Randoms, e di Stefano Bergonzini alla voce. Primo concerto con la nuova line up fu il giorno di Natale del 1985, allo Splash di Forlì. In breve tempo, sei nuove canzoni inedite vennero composte e i Witch Hunters entrarono in studio alla fine del 1985, sicuramente galvanizzati dal fermento e dall’interesse verso il metal che la NWOBHM aveva messo in moto nella prima metà degli anni ’80. Ad aprile del 1986, uscì il primo demo della band, Tales Of Witch Hunters, che venne inviato ad alcuni addetti ai lavori. Il primo riscontro apparve sulla rivista musicale Tutti Frutti, che dedicò alla band un bell’articolo con tanto di foto. Ovviamente fu una grande soddisfazione.

Il mese successivo vennero contattati dalla Dischi Noi, piccola etichetta indipendente di San Remo, che diede il via all’esperienza inglese del gruppo. Agli inizi di Dicembre, i Witch Hunters partirono per Londra e da lì, in treno, arrivarono in Cornovaglia, per raggiungere il Sawmills Studio, dove con la produzione di Pete Hinton (Saxon, Demon, Picture, Coroner etc.), in una serrata session di tre giorni registrarono la loro Possessed. La canzone venne pubblicata nella compilation Italian Rock Invasion Vol. 1 su vinile e fatta circolare solo a scopo promozionale. Il passo successivo avrebbe dovuto essere un concerto all’Hammersmith Odeon di Londra, con una selezione delle bands che avevano partecipato alla prima fase. Purtroppo, i Witch Hunters non furono tra quelle scelte.

La Dischi Noi si dichiarò comunque interessata a continuare la collaborazione e chiese alla band di realizzare un demo con le nuove composizioni. Fu così registrato in pochi giorni un demo, con un quattro piste della Fostex. Le nuove canzoni erano molto influenzate dal Thrash Metal che, soprattutto negli USA, stava imperversando, un genere lontano anni luce da quello che l’etichetta cercava per le proprie produzioni, più vicine all’Hair Metal. Questo segnò la fine della collaborazione con l’etichetta di San Remo.

Quasi contemporaneamente i Witch Hunters furono contattati dal Fireball Management di Antonio Ferro, e, con la sua collaborazione, fu pubblicato il secondo demo ufficiale della band, Doomsday, che riproponeva quattro delle canzoni già registrate nel promo inviato alla Dischi Noi. Seguirono alcuni concerti live, insieme a note band italiane come Crying Steel, H-Krystal, Flight Charm, Rain, Black Ghost, Hydra, ed altre. La data più importante fu, sicuramente, quella con gli svizzeri Coroner, a Mestre il 7 Dicembre 1988. Quasi a segnare la fine di due anni di collaborazione con il Fireball, nel 1989, venne pubblica la canzone  Deadly News, nella compilation in vinile Surgery Of The Power dell’etichetta LM Records. Purtroppo, nello stesso anno Miguel lasciò la band per motivi di lavoro e Renzo si trovò a gestire da solo tutto il lavoro chitarristico. Un’ impresa molto impegnativa, ma che Renzo riuscì a portare avanti con ottimi risultati sino al momentaneo stop della band nel 2001.

Nel 1989, Daniele Gozzi, bassista della band, ai tempi della fondazione, rientrò nella formazione. Con lui i Witch Hunters tennero una serie di concerti ed iniziò un periodo molto fertile, dal punto di vista compositivo. Composizioni che, con il reclutamento di Stefano Adani, che sostituì Stefano Bergonzini alla voce, nel 1992, assunsero il loro aspetto definitivo  con …and It’s Storming Ouside, primo album della band, uscito nel 1994 per Underground Symphony di Maurizio Chiarello (il primo album ad essere pubblicato da questa etichetta). Nel frattempo, il nome e il logo della band presero la forma contratta di Witchunters, perdendo una h, caratteristica che resisterà al passare degli anni e delle scelte grafiche. A supporto dell’album, i Witchunters tennero diversi concerti tra Veneto, Lombardia, Piemonte ed Emilia Romagna, arrivando ad esibirsi dal vivo fino a tre serate alla settimana. Importante fu la data del 5 Agosto 1994, al Summermusic Festival di Codroipo insieme a Last Warning, Madsword e Skanners.

Nel 1996, un altro cambio di formazione colpì la band e Daniele fu sostituito da Fabrizio Vecchi al basso. L’influenza del nuovo membro sulle nuove composizioni fu subito evidente, anche per l’introduzione delle tastiere negli arrangiamenti e per la sua presenza nella stesura dei testi. In un tempo molto breve, se consideriamo quello medio in cui la band era abituata a lavorare, nel 1997 undici canzoni furono pronte per entrare a far parte dell’album Different Universe… ma di questo parleremo più avanti in questa intervista. Purtroppo all’epoca, l’album non vide la luce, per vari motivi, non ultima la mancanza di esperienza in campo promozionale da parte dei membri della band. Fu così che, scemate le speranze di vedere pubblicato il CD, i Witchunters, cercarono nuove sonorità, inserendo, stabilmente, un tastierista nella line up. Pier Mazzini, già membro della band Hraswelg, portò una ventata di freschezza, sia nelle vecchie canzoni, sia nelle nuove, nate con la sua collaborazione. Da ricordare Light Of Things, presente anche nel secondo CD della attuale versione di Different Universe e If You Could Fly, tuttora inedita. Con la formazione a cinque, il gruppo fece alcuni concerti, a Pescara e nella loro città natale i più importanti, mettendo in evidenza la maturità che il sound della band aveva raggiunto, grazie agli arrangiamenti neo-classici introdotti da Pier. Questo periodo è ben rappresentato nel CD Promo ’99, che contiene un assaggio delle canzoni che maggiormente subirono evoluzioni in campo sonoro grazie alle tastiere. Per motivi soprattutto logistici (Pier abitava molto distante dagli altri membri della band e diventava difficile suonare insieme) la collaborazione tra lui e la band purtroppo ebbe termine nel 2000. Dopo un breve periodo, circa un anno, in cui Miguel tornò a far parte dei Witchunters, e la band suonò in alcune occasioni live, fino al 2001, quando il gruppo si prese una pausa di riflessione.

Negli anni di stasi i singoli membri della band continuarono comunque a suonare e a partecipare a vari progetti. Questo fino al 2008, quando io, Miguel, Stefano e il bassista Cristiano Agnani non ci ritrovammo per sviluppare delle idee, che nel corso degli anni, avevano preso forma, ma erano rimaste nel cassetto, in attesa della giusta occasione. Le due prime canzoni frutto di questa reunion furono Words e All You Can Feel. Il percorso che ha portato alla line up attuale dei Witchunters è stato lungo e tortuoso: diversi cantanti e chitarristi si sono alternati nella band, in questi ultimi sedici anni. Con l’arrivo di Marcello Monti alla voce e il lavoro chitarristico totalmente in mano all’estro di Miguel, i tempi di lavorazione delle canzoni si sono drasticamente accorciati. Così, nell’arco di pochi mesi, le canzoni che mancavano nella setlist di Time Is Running sono state portate a termine e, nell’aprile del 2024, l’album è stato pubblicato, di nuovo dall’Underground Symphony, trenta anni dopo l’album del 1994. Ed è stato come tornare a casa… In tempi molto brevi, è stato preparato anche il pezzo inedito, Inner Place, che andrà a far parte della compilation per il trentennale della Underground Symphony e disponibile dal Dicembre del 2024 sulle piattaforme digitali, e di cui è possibile vedere su YouTube l’Official Lyric Video.

Anche Different Universe ha una lunga storia da raccontare… 

Cesare: Sì, come ho anticipato prima, le canzoni contenute in Different Universe furono composte in un tempo abbastanza breve, tra il 1996 ed il 1997, nonostante abbiano tutte una struttura complessa. Ogni canzone ha una sua ragione di esistere ed è stata ispirata da qualcosa che all’epoca ci aveva colpito e lasciato un segno profondo nella nostra vita. Per esempio, Feeling fu ispirata dal racconto Portobello Road di Muriel Spark, contenuto in una antologia di storie di fantasmi che io avevo letto. The Way of My Dream è in memoria di un amico di Fabrizio, venuto a mancare in giovane età. Così come Call Me Again ricorda Daniele, un mio collega venuto a mancare a ventiquattro anni. Shadow of the Rainbow era un nostro vecchio pezzo, presente sia nel primo sia nel secondo demo e qui presentato in una forma riveduta per puro sfizio, con un giro di basso in 5/4 su una base di 4/4. Inoltre Welcome to Darkness Town, One Of These Mornings e …Can’t Stop the Rain formano un mini concept , di cui parleremo dopo. Il lavoro in studio fu molto meticoloso e prevedeva la presenza di ospiti illustri, come Federica DeBoni (White Skull) alle backing vocals e Eddie Antonini (Skylark) alle tastiere. Purtroppo, non tutto filò liscio come avremmo voluto e mentre la collaborazione con Federica andò a buon fine, non fu possibile avere le tastiere suonate da Eddie. Grazie all’amico Davide Guastaloca riuscimmo, comunque, a non rinunciare agli arrangiamenti di tastiere previsti. All’epoca la Underground Symphony non aveva mostrato interesse per l’album e la nostra scarsa esperienza in campo promozionale non ci aveva permesso di trovare qualche alternativa, anche in Giappone, che pubblicasse il CD. Ora, passati quasi trent’anni, molte cose sono cambiate ed il modo di lavorare anche delle piccole etichette si è profondamente trasformato, per riuscire a sopravvivere in un mercato in notevole calo, che non privilegia più il prodotto fisico da poter stringere in mano, adattardosi al cambiamento radicale delle abitudini del pubblico che ascolta questa musica. Per me, essere riuscito a portare alla luce questo lavoro in cui avevamo messo tanto tempo ed impegno, in un formato così lussuoso che include un Bonus CD che raccoglie diverse rarità, è una immensa soddisfazione personale. E di questo sono estremamente grato a Maurizio Chiarello che ci ha dato tutto il suo appoggio e a Jahn Vision Art per la sua creatività.

La fantascienza, sin dalla stupenda copertina, è una fonte d’ispirazione molto importante per questo lavoro. Le tracce 1, 7 e 8 vanno, altresì, a formare – come detto – un trittico di brani tra di loro collegati. Cesare, so anche che tu sei un grande appassionato di science fiction. Quali sono i tuoi autori e temi preferiti?

Cesare: Come dicevo Welcome to Darkness Town, One Of These Mornins e …Can’t Stop the Rain formano un mini concept a tema fantascientifico. Una trama simile a quella narrata in Interstellar, con diversi anni di anticipo. Mi piacerebbe molto realizzare una trilogia di video che raccontino questa storia, e io insieme a Matteo Melotto, produttore e regista del nostro nuovo video Forever Young, ci stiamo già lavorando… vediamo cosa ne esce… Il mio autore di science fiction preferito è sicuramente Philip José Farmer, i suoi cicli del Fiume, dei Fabbricanti di Universi e di Padre Carmody: sono fantastici… A ruota vengono Frank Herbert, Philip K. Dick, Edgar Rice Burroughs, Arthur C. Clarke, Isaac Asimov e molti altri. La Space Opera è tra i miei sotto-generi preferiti, ma mi piacciono molto anche i romanzi ucronici, quelli distopici, lo Steam Punk e tutto quello che riguarda i viaggi nel tempo e i relativi paradossi.

Cosa vi piace ascoltare oggi e cosa pensate della scena metal e rock odierna, e quale futuro vedete per il genere?

Marcello Monti: Cerco sempre di rimanere aggiornato sulle nuove uscite in ambito Rock e Metal, oltre a ribadire la mia passione per i classici. La mia opinione riguardo la scena odierna è che vedo quella Rock in generale molto in crisi: poche idee, pochi protagonisti di talento, e un pubblico molto disinteressato. Invece, penso che la scena Metal sia, come sempre, viva e vitale. Il metal è un genere che ha sempre avuto estimatori, e che riesce a cavalcare sempre in maniera vincente i cambiamenti della musica e dei tempi.

Cristiano Agnani: Io ascolto di tutto, dal rock al nu metal. Il metal oggi è un po’ come entrare nella casa degli specchi del Luna Park …. si fatica a capire quante band ci sono, quali sono quelle originali che producono dei riflessi di qualità più scadente e quali sono dei semplici riflessi di chi ha il vero talento. Pochi hanno il fascino, il carisma e il talento innato dei gruppi di un tempo. Per fortuna, ci sono delle eccezioni, che speri non si ripetano con l’album successivo.

Miguel Esteban Ramirez: Attualmente ascolto un po’ di tutto, non amo legarmi ad un solo genere musicale. Tuttavia, l’Hard Rock e il Metal riescono sempre ad accendermi dentro, come se toccassero una parte più profonda della mia anima. Con il tempo, ho imparato che la musica non è solo suono: è un linguaggio che racconta chi siamo, un modo per dare forma e significato alla nostra esistenza. Ogni nota, ogni accordo, ogni distorsione ha un peso, una storia, un’emozione, che ci appartiene. Il Metal di oggi è semplicemente l’evoluzione naturale di quel linguaggio: i suoni si sono trasformati, le produzioni sono diventate più raffinate, e c’è una continua ricerca di qualcosa di “nuovo”, di originale. Anche se, spesso, sembra che tutto sia già stato detto, chi vive davvero la musica continua a cercare, a sperimentare, a dare una forma diversa alle stesse emozioni che ci accompagnano da sempre.

Cesare: A parte le grandi band dei nostri vent’anni, io oggi ascolto praticamente solo AOR, Metal melodico e Hard Rock. Mi conservo qualche fuga nel metal classico proposto da nuove band, cercando di selezionare i prodotti più interessanti del momento ed un paio di album di Death Metal melodico all’anno (Soilwork, Darkane ed In Flames, su tutti) me li concedo. E’ scontato dirlo ma il metal, per quanto conservi sempre le stesse caratteristiche, ha il potere di continuare a provocare forti emozioni all’ascoltatore. Ed è quello che deve fare.

Una vostra Top Ten di classici della storia hard & heavy che consigliereste a tutti i giovani che si approcciano al metal?

Miguel: Non ho una Top Ten di classici da consigliare, mi basta tornare ai primi album dei gruppi della NWOBHM, quella leggendaria ondata britannica che ha dato vita a tutto. Penso agli Iron Maiden, ai Judas Priest, ai Saxon, ai Diamond Head, agli Angel Witch, ai Def Leppard delle origini. Band che hanno saputo unire energia, melodia e rabbia in un modo che ha segnato un’epoca. Come dicevo, però, l’Hard Rock ed il Metal non sono solo musica: sono uno stato dell’anima. Non ci si “avvicina” a questo mondo, ne fai parte da subito. È qualcosa che ti scorre dentro, che riconosci appena lo senti. Quando quella fiamma si accende, non servono spiegazioni: ogni riff, ogni urlo, ogni colpo di batteria diventa un riflesso di te stesso.

Marcello: Ai giovani consiglierei questi ascolti, non in ordine di importanza:

1)        Black Sabbath – Paranoid

2)        Deep Purple – In Rock

3)        Metallica – Master of Puppets

4)        Led Zeppelin – II

5)        Judas Priest – Screaming for Vengeance

6)        Pantera – Cowboys From Hell

7)        Iron Maiden – The Number of The Beast

8)        Aerosmith – Toys in the Attic

9)        AC/DC – Back in Black

10)      Slayer – Reign in Blood

Cesare: Io non riesco ad essere così selettivo, farei fatica a scegliere “solo” 100 album pensando agli anni ’70. Per non parlare di quello che è uscito tra il 1980 e il 1985. Pescate alcuni album da quegli anni e difficilmente sbaglierete il colpo.

Tutti e tre i vostri lavori sono usciti su Underground Symphony. Qual è il vostro rapporto con la label di Maurizio Chiarello?

Cesare: Sono soprattutto io che ho curato e curo i contatti con Underground Symphony, e mi sento di poter dire quello che penso di aver capito in questi anni di collaborazione. Maurizio ha la capacità di unire la sua passione per la musica metal con la sua grande professionalità, mantenendo sempre l’umiltà caratteristica di chi conosce perfettamente il proprio lavoro, che è tutt’altro che semplice. Relazionarsi con le bands non è certamente facile, se poi si pensa che ogni gruppo ha al suo interno quattro/cinque persone, se non di più, che devono accordarsi tra loro, si capisce subito che la lotta è impari. Durante la preparazione per l’uscita di un CD, i suoi consigli sono molto preziosi e dettati da oltre trent’anni di esperienza in questo campo. A noi non è mai capitato di essere obbligati a seguire le sue indicazioni, la libertà delle scelte che una band prende sono ampiamente rispettate lavorando con lui. Con il passare del tempo e avendo modo di confrontarsi ci si rende semplicemente conto che i suoi suggerimenti, sia a livello grafico, di scelta dell’aspetto esteriore del prodotto, ed anche logistiche, alla fine sono quelli che portano al risultato migliore possibile nel minor tempo e riducendo al minimo le possibilità di errore. Questo, ripeto, senza mai imporre nessuna scelta, soprattutto a livello artistico. Abbiamo realizzato tre CD su Underground Symphony, e speriamo di portare avanti tanti altri progetti con Maurizio.

Giusto a proposito, quali sono i progetti futuri dei Witchunters? 

Miguel: Purtroppo la scena musicale attuale è molto diversa da quella che ci ha visto crescere. Negli anni ’80 e ’90 c’era il sogno, la speranza concreta di poter costruire qualcosa con la musica: ti bastava la passione, un gruppo di amici e tanta voglia di provarci. Oggi invece la musica è diventata un prodotto, qualcosa da confezionare e vendere, più che un modo di vivere. C’è troppa offerta, tutto si appiattisce, e per emergere serve già avere le spalle coperte economicamente o qualcuno che ti apra le porte giuste. Ai Witchunters, posso solo augurare di continuare a fare tanti live, di produrre tanta musica che arrivi dritta alla gente, in modo che possano esclamare, con quella reazione spontanea e sincera che vale più di mille parole: “Cazzo, questi sono bravi davvero.”

Cesare: La voglia di fare concerti è molto grande, ma bisogna essere realisti, le possibilità di suonare dal vivo sono strettamente legate all’essere disposti a pagare per farlo, a volte anche cifre importanti, magari in condizioni penalizzanti. Quindi, a mio parere, la soluzione che più si addice alla nostra situazione è concentrarci sul lavoro di composizione e di registrazione in studio, ed arrivare a realizzare un nuovo album. Così, avremo sicuramente più possibilità di fare arrivare la nostra musica a tante persone. Se, poi, si riesce ad infilare qualche live, durante il percorso, ben venga, il contatto con il pubblico rimane una delle priorità della nostra musica preferita.

Marcello: Penso che i Witchunters abbiano un solo destino: suonare, suonare (citando la PFM).

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