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BALT HÜTTAR – La voce ribelle dell’Altopiano

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C’è chi usa il folk per viaggiare nel tempo, chi per ritrovare sé stesso, chi per scatenarsi. I Balt Hüttar, invece, fanno tutto questo insieme — e molto di più. Con Tanzerloch, il loro nuovo album uscito il 12 settembre 2025 per Rockshots Records, la band cimbra dell’Altopiano dei Sette Comuni firma un lavoro che è molto più di un disco: è un manifesto, un racconto collettivo, un richiamo alla memoria, all’identità e alla resistenza.

Radicati nella cultura cimbra ma con lo sguardo aperto sul presente, i Balt Hüttar uniscono folk, metal e narrazione, dando vita a una musica potente e rituale, capace di parlare al cuore come alla testa. In Tanzerloch, passato e futuro si intrecciano in undici tracce cantate in italiano, inglese e cimbro, tra inni ancestrali e ballate evocative.

Abbiamo avuto il piacere di parlare con loro per scoprire cosa si nasconde dietro questo progetto ambizioso, quali storie racconta l’album, e come la musica può ancora essere uno strumento di comunità e resistenza.

 

Benvenuti su Metalshock.it ! Tanzerloch è un album che fonde energia, tradizione e riflessione. Qual è stata la scintilla iniziale che ha dato vita a questo progetto?

Tanzerloch rappresenta la ‘naturale’ evoluzione del nostro percorso, partito ormai quasi 15 anni fa con influenze legate a sonorità e tematiche più leggere ma che nel tempo ha assunto tratti sempre più metal e sempre più legati alla nostra antica cultura. In questo processo hanno sicuramente avuto un ruolo importante gli anni del Covid, che per alcuni di noi sono stati anche un periodo di esperienze importanti e significative, alcune bellissime ed altre particolarmente difficili, esperienze che hanno portato a riflessioni, emozioni e considerazioni che sono inevitabilmente confluite nei nuovi brani. Il nostro è un processo compositivo continuo e la tracklist di Tanzerloch è nata dalla necessità che sentivamo di pubblicare un nuovo disco: rappresenta quindi un ‘fermo immagine’ delle canzoni che avevamo, di com’erano i Balt Hüttar al momento della decisione.

Nel brano Prüdare Liebe rendete omaggio alla Spettabile Reggenza dei Sette Comuni. Cosa rappresenta oggi, per voi, quell’ideale di unità e autodeterminazione?

Prüdare Liebe è il brano di protesta più esplicito del disco, nato dalla frustrazione che proviamo constatando il forte campanilismo ancora molto presente nella nostra terra. La divisione per noi è una piaga che sta mettendo in ginocchio i Sette Comuni (e non solo), che invece quando erano uniti sotto un’unica struttura (formata da rappresentanti di tutto il territorio) hanno avuto la forza di farsi rispettare e stimare anche da grandi potenze come la Repubblica di Venezia. Per noi la Reggenza è motivo di orgoglio e quegli ideali sono fonte di riflessione ed ispirazione, non soltanto in un’ottica locale ma universale: in un mondo purtroppo sempre più sbilanciato verso l’individualismo, la lotta e la competizione riteniamo importante guardare agli esempi virtuosi del passato come la nostra “Spettabile Reggenza” e recuperare i valori della cooperazione e della solidarietà reciproca.

Cantare in cimbro è una scelta potente e identitaria. Quali sono le sfide e le emozioni che accompagnano l’uso di una lingua minoritaria nella vostra musica?

La tutela della lingua cimbra è ormai diventata la nostra missione principale, dare nuova vita a questo idioma quasi perduto utilizzandolo nelle nostre canzoni per noi è diventato imprescindibile.
La sfida principale è senzaltro quella di dare cadenza e musicalità ai versi e rispettare la correttezza grammaticale di una lingua non sempre facile da declinare in espressioni moderne e in maniera sintetica; fortunatamente in questo senso abbiamo avuto il sostegno da parte di alcuni esperti dell’Istituto di Cultura Cimbra di Roana – in particolare Matteo Casentini – che ci hanno aiutato nelle revisioni dei testi, permettendoci raggiungere risultati il più possibile precisi e corretti linguisticamente.
Le emozioni che questo lavoro comporta però valgono tutta la ‘fatica’ fatta: recuperare la lingua che caratterizzava i nostri progenitori ci fa sentire orgogliosi e poter contribuire al suo recupero è uno stimolo importante per proseguire. Per noi è motivo di grande gioia incontrare (in occasione dei live o sui social) sempre più persone che ci chiedono informazioni o approfondimenti legati al cimbro. Poi, una delle emozioni più belle per noi è quella di vedere e sentire, durante i live,  ragazze e ragazzi del pubblico che cantano in cimbro: in quei momenti la nostra lingua quasi dimenticata torna in qualche modo a vivere. È meraviglioso!

Tanzerloch è definito come un concept album: quale filo narrativo lo attraversa e cosa volete comunicare con questo racconto?

Questo disco non è il ‘classico’ concept album strutturato attorno ad una storia o ad una tematica precisa, ma è piuttosto una sorta di viaggio tra diversi aspetti della nostra storia (passata e presente), cultura e lingua tradizionale, un excursus storico-concettuale nella storia e nella cultura dell’Altopiano. La prima parte è più riflessiva e legata alla storia, poi viene lasciato spazio a momenti più leggeri e divertenti (riprendendo anche testi della tradizione), per concludere infine con la title track che riprende parte del ricco folklore cimbro e lascia un alone di mistero.

Molte band folk-metal oggi sembrano rincorrere mode o cliché. Voi invece scegliete un approccio più raccolto e autentico. È una scelta artistica consapevole o vi è venuta naturale?

Un po’ entrambe le cose, nel senso che le nostre canzoni non sono mai frutto di un obiettivo commerciale ma piuttosto di un flusso creativo genuino e personale, che ha come unico scopo quello di esprimere e condividere noi stessi e i nostri valori. Quello che facciamo è sempre prima di tutto qualcosa che piace a noi, che ci emoziona, che ci rispecchia… al di là delle mode. Poi per noi riuscire a non omologarsi e creare il proprio stile personale rappresenta un valore aggiunto, un traguardo al quale cerchiamo sempre di puntare.
Va sottolineato che in questo disco abbiamo lavorato in maniera molto diversa rispetto a Trinkh Met Miar: anche grazie all’encomiabile contributo di Christian Zecchin del Gravity Studio abbiamo sviluppato un sound meno ‘impeccabile’ ma più autentico e caldo, più nostro; abbiamo limitato molto la componente digitale utilizzando il suono naturale degli strumenti acustici e degli amplificatori, senza usare campionamenti e simulatori; ogni piccolo dettaglio dei brani è stato curato con attenzione, raggiungendo un risultato che per certi versi ha sorpreso anche noi!

Brani come Vaia – ‘Z Gadénkhe mostrano una forte sensibilità per le ferite del territorio. In che modo la vostra musica dialoga con l’ambiente e la memoria collettiva dell’Altopiano?

I Cimbri, come tutte le società rurali, hanno sempre convissuto a strettissimo contatto con la natura e l’ambiente che li circondava, ne sono testimoni, ad esempio, i numerosissimi e dettagliatissimi toponimi che ancora oggi si trovano in tutto l’Altopiano. A dirla tutta il progetto è nato proprio da lì, come risulta evidente dal nostro nome che in cimbro significa “Guardiani del Bosco”. Il nostro percorso di riscoperta non può che passare anche per una riflessione sull’importanza di questi elementi, anche – e in particolare – in un mondo così antropizzato come quello di oggi. Il nostro messaggio assume così anche tratti legati al rispetto e alla tutela della natura: Vaia ‘Z Gadékhe e Dar Aatom me Pèrge rappresentano proprio una critica alla società moderna e alla sua esasperazione, evocando l’atmosfera della sera in cui la tempesta “Vaia” si è scatenata sui nostri boschi abbattendo migliaia di alberi e sconvolgendo il territorio.

Che ruolo ha la dimensione “rituale” e spirituale nella vostra musica, soprattutto nei momenti più intimi dell’album?

Nella moltitudine degli aspetti in cui si snodano la nostra ricerca e la nostra riflessione anche la spiritualità assume un valore rilevante, a volte in senso più ‘folklorico’ come nel racconto di una leggenda legata al Tanzerloch, e altre in senso più profondo e sentito. I Cimbri sono sempre stati caratterizzati da una profonda spiritualità, spesso legata alla natura e ai cicli stagionali, e anche questo è un aspetto che riteniamo importante da recuperare e provare a trasmettere con la nostra musica.

Siete stati paragonati a band come Korpiklaani o Folkstone, ma Tanzerloch sembra andare oltre il folk-metal classico. In che direzione vedete evolvere il vostro stile nei prossimi anni?

Korpiklaani e Folkstone sono stati per noi dei riferimenti fondamentali (assieme a numerosi altri gruppi italiani ed esteri) ed essere paragonati a loro per noi è un enorme complimento! In ogni caso ci piace l’idea di tracciare la nostra strada personale, ed è quello che cerchiamo di fare: raccontare la nostra cultura e la nostra storia a modo nostro. Come detto prima il nostro approccio alla composizione è molto diretto, quasi istintivo; perciò non abbiamo già un progetto preciso. Ci siamo però appassionati – come testimonia Tanzerloch in confrono a Trinkh Met Miar, il nostro primo album – a sonorità più complesse e ricercate, a tratti più pesanti, più metal. Azzardando un’ipotesi, potremmo dire che sarà quella la direzione, ma non perderemo lo spirito festaiolo, che fa comunque parte della nostra anima.

Il disco è cantato in tre lingue: italiano e cimbro. Come decidete quale lingua usare per ciascun brano? Quanto conta l’aspetto linguistico nel veicolare il messaggio?

L’aspetto linguistico per noi è fondamentale: le lingue sono espressione delle culture che le parlano, vengono plasmate nella quotidianità di migliaia di vite e sono il modo migliore per parlare delle tematiche ad esse legate. Parlare del nostro Altopiano, della sua storia o delle sue leggende utilizzando, ad esempio, l’inglese al posto del cimbro settecomunigiano sarebbe non solo meno efficace, ma anche anacronistico. È per questo motivo che in questo disco abbiamo deciso di abbandonare definitivamente l’inglese (in Trinkh Met Miar comunque presente soltanto in canzoni con tematiche più ‘generiche’ o moderne) alternando il cimbro all’italiano, che è comunque la nostra lingua madre. La scelta della lingua è spesso data dall’obiettivo del testo: cerchiamo di usare più cimbro possibile per trasmettere meglio atmosfere e suggestioni (e per valorizzarlo), mentre usiamo l’italiano quando vogliamo privilegiare l’immediatezza del messaggio. A volte le due lingue sono servite anche per creare stacchi temporali o fra i personaggi, come in Dar Aatom me Pèrge in cui il ricordo della persona che ha assistito alla tempesta è in italiano mentre gli ‘ammonimenti esterni’ sono in cimbro.

Oggi si parla molto di identità e confini. Voi invece usate la musica per superare barriere culturali e generazionali. In che modo pensate che il folk-metal possa essere uno strumento di resistenza e inclusione?

Ogni cosa può essere vista da diversi punti di vista, purtroppo spesso le identità territoriali (comunali, regionali, nazionali, …) vengono interpretate, veicolate o esaltate come elementi divisivi, come pretesti per erigere muri nei confronti di chi non ne fa parte. Chi approfondisce la tematica e soprattutto chi ha a che fare con le piccole realtà di minoranza si trova però di fronte ad uno scenario molto più complesso e si può accorgere che al di là delle differenze ci sono anche miriadi di aspetti in comune, anche fra realtà che a prima vista possono sembrare antitetiche. Le identità nazionali sono un concetto relativamente recente, in passato i confini netti non esistevano: i territori erano una sterminata sfumatura di culture diverse che avevano a che fare le une con le altre, a volte si scontravano, ma spesso convivevano e si mescolavano. I Cimbri sono un esempio lampante: una popolazione di lingua e cultura germaniche che si è stabilita ed ha vissuto per quasi un migliaio di anni accanto a genti ‘italiane’.
Il folk-metal è un forte veicolo di identità quando fa riferimento concreto a contesti culturali e/o storici ed è inoltre naturalmente portato ad avvicinarsi a realtà minoritarie. Queste sue caratteristiche intrinseche, a nostro avviso, facilitano le riflessioni sopra descritte e, insieme al suo carattere energico e ribelle, lo rendono uno strumento particolarmente valido non solo per difendere la propria identità ma anche per opporsi alle narrazioni divisive.

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