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NEVERSIN – Oltre il tempo e le forme: dentro “The Loop Theory”

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Con The Loop Theory, i NeversiN firmano un ritorno che profuma di maturità artistica e consapevolezza. Il loro quinto lavoro, frutto di oltre vent’anni di evoluzione umana e musicale, conferma la band veneta come una delle realtà più solide e personali del prog-rock italiano. Un disco che dialoga con melodia e tecnica senza cadere nell’autocompiacimento, che preferisce la forma-canzone all’eccesso e che mette in risalto l’alchimia rinnovata dal contributo vocale di Nicola Ciarlini. Abbiamo incontrato Nicola e Matteo, voce e chitarra della band per approfondire il percorso creativo dietro questo nuovo capitolo, il suo concept narrativo e la visione che ne ha guidato la realizzazione.

 

Benvenuti sulle pagine di Metalshock.it! Prima di tutto grazie per il vostro tempo: come state vivendo l’uscita di “The Loop Theory” e quali sensazioni vi sta restituendo il primo feedback del pubblico?

Nicola: Ciao Carlo e grazie a te e alla redazione di Metalshock.it! Siamo molto contenti del nostro lavoro sull’album, pertanto, l’uscita è il coronamento di tutto. Inoltre, i primi riscontri stanno confermando questa sensazione, quindi tutto molto bene!

L’impressione è che questo album rappresenti un equilibrio tra tecnica e immediatezza, senza cadere nel classico virtuosismo prog. Quanto è stata consapevole questa scelta durante la fase di scrittura?

Matteo: È una scelta che facciamo in modo molto consapevole. Lo scopo è quello di creare musica che sia fruibile anche da chi non è fan sfegatato del prog. Vogliamo parlare una lingua che sia comprensibile a chi ama il rock e il metal mettendo elementi prog ma solo se questi sono al servizio della canzone. Il virtuosismo fine a sé stesso o la ripetitività possono indebolire o annacquare un brano quindi cerchiamo di evitarli il più possibile.

Nicola: Direi anche una scelta intrinseca al gruppo. Mi spiego: il mix di stili che approcciamo fa sì che non ci sia uno sbilanciamento netto verso un genere e quindi anche i suoi difetti. Cerchiamo di creare un blend tra stili e di conseguenza il tutto risulta omogeneo.

La line-up stabile sembra aver giocato un ruolo importante. L’arrivo di Nicola Ciarlini è stato definito quasi “risolutivo”: come si è inserito nel vostro processo creativo e cosa ha aggiunto all’identità del disco?

Nicola: Per quanto mi riguarda è stata l’occasione per me di lavorare su materiale originale dove poter esprimere idee e interpretazioni differenti. Di sicuro il clima in seno al gruppo è eccellente, e le registrazioni sono state naturali e dedicate al dettaglio.

Matteo: Sicuramente l’arrivo di Nicola è stato ormai ben metabolizzato dalla band. In questo album abbiamo anche scritto un pezzo a quattro mani intitolato “The Last Stand” ed è stato molto divertente lavorare assieme. Il suo apporto è stato importante anche perché ha consentito di raffinare le linee vocali massimizzandone l’impatto nei brani.

L’album è diviso in tre atti narrativi. Potete raccontarci l’idea alla base di questa struttura e come si lega al concept generale di The Loop Theory?

Matteo: La struttura riprende la classica struttura restaurativa in tre atti di Aristotele dove nel primo atto si introducono i personaggi, l’ambientazione e lo status quo, nel secondo avviene il conflitto/problema e si esplicita la necessità di risolverlo mentre nel terzo atto avviene la risoluzione della crisi. Trattandosi di un intreccio che segue tanto gli eventi quanto l’evoluzione interiore e la redenzione del protagonista Malcolm, questo tipo di struttura si adattava alla perfezione per l’arco narrativo.

Una delle caratteristiche più apprezzabili del disco è la capacità di condensare idee complesse in brani relativamente brevi. È stato un approccio naturale o una scelta studiata per evitare la “trappola” della suite infinita?

Nicola: Sono nella band da meno di tutti e questa è stata una caratteristica che mi ha colpito fin da subito, ovvero la capacità di azzerare i tempi morti. Merce rara oggi.

Matteo: Direi che si tratta di un approccio naturale dovuto alle nostre influenze. Noi amiamo molto il genere prog e benché al suo interno la sindrome della “suite infinita” sia molto presente, va detto che ci sono stati anche molti maestri del genere che hanno saputo nel tempo sganciarsi da quella logica per creare anche canzoni più condensate e non troppo diluite. Tra tutti citerei Rush, Pink Floyd, Queen degli anni 70 e Alan Parsons Project. Queste band hanno sempre messo la canzone prima di tutto favorendo la musicalità rispetto alla tecnica fine a sé stessa e, pur avendo creato anche brani molto lunghi, non hanno avuto paura di proporre brani ben più brevi qualora la tipologia di composizione lo richiedesse senza però necessariamente sacrificare il lato strumentale.  Allo stesso modo noi cerchiamo di evitare di perderci in brani prolissi quando questo non è necessario cercando di rendere ogni pezzo strumentalmente interessante ma senza dilungarci troppo. Ovviamente ci sono alcuni brani che necessitano di uno sviluppo che va oltre i 4 o 5 minuti e di certo la cosa non ci spaventa, ma è una situazione che non forziamo; lo facciamo solo se lo riteniamo adeguato e funzionale al pezzo specifico.

Parlando dei singoli episodi: da Days Gone By a Wake Up Inside a Dream fino a Rise of the Fallen Heroes, ogni traccia sembra esplorare atmosfere differenti. Qual è stata la più difficile da portare a compimento e perché?

Nicola: Parlo per me, sicuramente Wake Up Inside a Dream. È un pezzo particolare, sia per l’evoluzione della parte vocale che per le armonizzazioni. Inoltre, tecnicamente si muove in un range davvero ostico, per cui fin da subito mi è parso il pezzo dove lavorare maggiormente.

Matteo
: Non c’è un solo pezzo che potrei identificare, direi piuttosto che la vera difficoltà è stata proprio quella di creare qualcosa di sempre fresco e non ripetitivo. Mi piace pensare che i nostri dischi siano tutti diversi tra loro, sia in termini di produzione che di composizione. All’interno dei singoli album, gli stessi brani propongono atmosfere diverse tra loro come giustamente hai sottolineato. La ripetizione e l’uso di cliché sonori, compositivi o di produzione, facilità il lavoro ma rende il tutto molto prevedibile e noioso. Il nostro è quasi uno stile “cinematografico” dove, a seconda del momento, l’atmosfera cambia radicalmente. Per questo album che è un concept con una storia da raccontare, questo cambio di mood continuo è perfetto. Renderlo omogeneo e coerente ma sempre con una certa freschezza è la parte più difficile.

“Wake Up Inside a Dream” propone un sorprendente duetto con Chiara “Kia” Antonioni: com’è nata l’idea di coinvolgerla e in che modo la sua presenza ha arricchito la narrazione del brano?

Nicola: Qua posso dire che è farina del mio sacco! L’idea è nata spontaneamente e conosco personalmente Chiara da tanti anni in quanto militò con me negli Exotheria. È un’eccellente polistrumentista e ritenevo che la sua voce potesse adattarsi alla mia e così è stato.

Matteo:
Nicola ha proposto l’ipotesi di un duetto per il nuovo album. Siccome l’idea era stimolante, ho cercato di capire come potevamo inserirlo all’interno della storia. Nel concept originale c’era un brano dove il personaggio di Violet ormai defunto, appariva al protagonista Malcolm per aiutarlo a dimenticarla. Una sorta di sogno lucido che avveniva nella mente del protagonista. A quel punto abbiamo pensato di dare una vera voce a questo personaggio femminile. Così ho riscritto il testo facendola parlare in prima persona e Nicola ha chiamato Kia (che salutiamo) la quale ha fatto un lavoro magnifico.

Dal punto di vista della produzione, il disco suona estremamente pulito e curato. Quali sono state le scelte principali in studio per ottenere un equilibrio così definito tra gli strumenti?

Matteo: Sono sempre stato un fan di produttori noti per la loro precisione e maniacalità, uno su tutti il già citato Alan Parsons. Amo molto anche produzioni di dischi di generi molto diversi dal nostro come, ad esempio, Steely Dan o Toto dove gli strumenti sono sempre ben distinguibili nel mix. Sono anche cresciuto ammirando e studiando produttori che erano musicalmente geniali e creativi come George Martin. La gestione delle chitarre è molto influenzata dai Queen dell’era Reinhold Mack e dagli Iron Maiden dell’era Martin Birch. Con questo background di partenza è inevitabile giungere a queto mix di suoni heavy ma definiti e anche vintage ma moderni. Se c’è una cosa che non amo del rock/metal moderno è che molti dischi suonano uguali dall’inizio alla fine e peggio ancora, suonano uguali tra loro! Usano gli stessi template iper-compressi per i suoni… una noia mortale! Spesso, quando vedo un video, so già che suoni sentirò ancora prima di premere play. Questo, a mio avviso, sta uccidendo la personalità delle band e noi vogliamo distanziarci da questo tipo di produzione.

Secondo voi c’è qualche ambito emotivo o espressivo che la band potrebbe esplorare o spingere ancora di più in futuro?

Nicola: La frase “non ci poniamo limiti” sarebbe adatta! Riassumendo, il processo creativo è estremamente naturale e consolidato dove se vogliamo l’elemento nuovo che si è inserito sono io. Mi aspetto nel futuro sempre maggior simbiosi nelle composizioni.

Matteo: Sicuramente c’è ancora molto da esplorare! Per quanto mi riguarda l’importante è non ripetersi!

Chiudiamo lasciandovi carta bianca: quali messaggi, saluti o ringraziamenti volete rivolgere ai lettori di Metalshock.it e a chi sta sostenendo The Loop Theory in questo nuovo percorso?

Matteo: Grazie a tutti voi che ci state leggendo e grazie a Metal Shock per supportare il rock e il metal! Faccio un appello a tutte le band riferendomi a quanto detto sopra: cercate il vostro suono, non accontentatevi dei soliti template! Siate moderni e al passo con i tempi, certo, ma non sacrificate la vostra identità e creatività rifacendovi sempre agli stessi modelli, altrimenti il rock e il metal si appiattiranno sempre di più e finiranno per perdere le caratteristiche che meglio li definiscono: personalità, libertà, imprevedibilità e anticonformismo! 

Nicola: Ribadendo i ringraziamenti di rito a tutti voi, voglio ringraziare chi dedicherà del tempo ad ascoltare il nostro album. Vi posso garantire che sicuramente troverete qualcosa che vi piace!

 

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