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HEADLESS – L’arte di fondere melodia e complessità senza compromessi

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Con una carriera che affonda le radici negli anni ’90 e una formazione che unisce l’energia italiana alla raffinatezza del prog europeo, gli Headless sono tornati con Transitional Objects, un album che fonde potenza, tecnica e melodia con rara coerenza. Otto brani, nessun riempitivo, e un’identità sonora ormai matura e ben riconoscibile.

Guidati dalla coppia Cianciusi (Walter alla chitarra, Enrico alla batteria), con il supporto di due nomi ben noti agli amanti del genere – Göran Edman alla voce e Martin Helmantel al basso – gli Headless dimostrano come si possa essere progressive senza perdersi in inutili barocchismi, e melodici senza cedere al pop.

Abbiamo scambiato quattro chiacchiere con Walter e Enrico Cianciusi per farci raccontare la genesi dell’album, la loro visione musicale, le sfide di lavorare in una formazione così internazionale, e molto altro.

 

Il titolo dell’album, Transitional Objects, è piuttosto evocativo. Cosa rappresenta per voi? C’è un filo conduttore concettuale dietro i brani?

(Walter)«Per oggetti transizionali si intende quella serie di oggetti, come peluche, copertine o sonagli, che riducono l’ansia nei bambini in età prescolare, fungendo da punto fermo e da riparo nelle situazioni complesse dal punto di vista relazionale. Il 2025 rappresenta un punto di svolta per gli Headless che divengono – almeno in studio – un quartetto. Ho quindi inteso gli otto brani dell’album come nostri punti di riparo, oggetti transizionali, capaci di renderci forti e in grado di confrontarci nuovamente con il nostro pubblico di affezionati cultori del genere. Il peluche della copertina, tuttavia, sembra essere un oggetto rotto, stracciato e in disuso. E la brutta tempesta in arrivo che fa da sfondo fa pensare che qualcosa andrà storto! Quanto al filo conduttore delle liriche, direi di no. Sono tutti testi legati ad autonome riflessioni».

Siete una band italiana, ma con una forte componente internazionale. Quanto influisce questa combinazione sulla vostra musica e sul vostro modo di lavorare?

(Enrico)«La componente internazionale della band influisce molto, ma in modo positivo. Sul piano pratico non ci consente di provare con grande frequenza: dobbiamo concentrare le prove soprattutto nei giorni che precedono il tour, ottimizzando al massimo il tempo insieme. Per la composizione, invece, ci scambiamo spesso materiale online, lavorando a distanza sulle idee. Inoltre sia io che Walter, collaboriamo da anni con altre realtà musicali dove a volte siamo stati gli unici italiani: questo ci ha permesso di assimilare una mentalità
lavorativa più “internazionale”, fatta di flessibilità, organizzazione e rispetto reciproco. Tutto questo si riflette inevitabilmente anche nel nostro modo di fare musica.»

“Weightless” è stato scelto come singolo apripista. Cosa vi ha spinto a puntare proprio su questo brano? È stato pensato come manifesto sonoro dell’album?

(Walter)«Ho confidato questa informazione a pochi, ma i brani che compongono l’album sono stati scritti esattamente nell’ordine in cui si presentano nella tracklist. Pertanto, quando abbiamo pubblicato “Weightless” come singolo, stavo ancora ultimando la stesura degli ultimi brani. È una canzone a cui sono particolarmente affezionato perché è dedicata a mio figlio Michael Louis e vuole essere un compendio di riflessioni che lo accompagneranno durante la vita, anche quando io non ci sarò più.
Musicalmente rappresenta la summa della nostra proposta. Incorpora così tanti livelli e dettagli che, riascoltandola, Enrico mi ha detto: “Sembra di sentire dieci brani simultaneamente” (risate). Siamo terrorizzati all’idea di suonarla dal vivo!»

Il disco alterna momenti più aggressivi ad altri malinconici o riflessivi. Com’è stato bilanciare questi registri così diversi senza perdere coerenza?

(Enrico)«Fin da adolescenti i nostri ascolti non si sono mai limitati a un solo stile, anche se l’hard e l’heavy hanno sempre avuto un ruolo centrale. Io, per esempio, sono cresciuto ascoltando i Beatles e tanta musica degli anni ’60: per me è sempre stato naturale integrare nell’approccio allo strumento e alla composizione tutte le influenze che ho avuto sin da bambino. Quando più tardi mi innamorai di Images and Words dei Dream Theater, cercai di imparare a conciliare con naturalezza momenti molto heavy e altri più soft. Credo che questo background ci abbia aiutato a rendere piuttosto spontanea l’alternanza di registri diversi nel disco, cercando di mantenere comunque un’identità riconoscibile.»

La produzione è ricca di dettagli, ma mai sovraccarica. Walter, visto che ti sei occupato anche della produzione, come hai affrontato questo lavoro in cabina di regia?

(Walter)«Mi sono sempre occupato della ripresa e del missaggio degli Headless e, puntualmente, al termine di ogni progetto mi rammarico di non aver coinvolto orecchie esterne nel processo. Il fatto è che desidero avere il controllo totale sull’arrangiamento e ho già ben chiari in mente tutti i particolari che intendo far emergere nel mix. Tuttavia, prometto pubblicamente che per il prossimo album coinvolgerò almeno un altro ingegnere del suono. Avere più prospettive non può che essere d’aiuto. Grazie comunque per aver notato che la produzione non è mai sovraccarica. È stato un lavoro certosino e maniacale, come tutti i miei!».

Göran Edman e Martin Helmantel sono due nomi molto noti in ambito rock e prog. Com’è nata la vostra collaborazione e cosa hanno portato al suono degli Headless?

(Enrico)«Con Göran è andata in maniera molto semplice: ci abbiamo provato, e la nostra faccia tosta ha dato i suoi frutti. Gli  abbiamo inviato i provini di alcuni brani che poi sono finiti nell’album Growing Apart, lui li ha apprezzati e ha deciso di iniziare questa collaborazione con noi. L’abbiamo contattato proprio perché, da ragazzi, ci eravamo innamorati del suo timbro e della sua attitudine dietro al microfono, consumando i dischi di Malmsteen e di John Norum in cui ha cantato. Con Martin il ragionamento è stato molto simile: siamo
sempre stati fan sfegatati degli Elegy (e lo siamo tuttora) e, oltre a questo, abbiamo pensato che il suo stile fosse perfetto per le nuove canzoni che avevamo in mente di scrivere. Entrambi hanno portato un contributo enorme, rendendo il suono degli Headless più ricco e credibile a livello internazionale.»

Uno dei brani più discussi è la vostra reinterpretazione di “I Thought I Knew It All” dei Megadeth. Com’è nata l’idea di chiudere l’album proprio con questa cover?

(Walter)«Che grande canzone! Collaboro con David Ellefson in studio e dal vivo da tre anni e, quando ho scoperto che uno dei miei brani preferiti era stato composto proprio da lui, ho deciso senza esitazioni di inserirlo nel nuovo album come omaggio al mio mentore. Quale occasione migliore per coinvolgere Andy Martongelli in un assolo? È stato lui a presentarmi Ellefson e gliene sarò eternamente grato. Nonostante la voce di Goran renda, a mio avviso, la nostra versione particolarmente originale, desidero condividere un dettaglio significativo: ascoltando attentamente la parte di batteria, si noterà che Enrico ha riprodotto ogni singolo fill esattamente come fece all’epoca Nick Menza,
batterista che tutti noi abbiamo sempre ammirato.»

C’è un brano del disco a cui siete particolarmente legati o che ha avuto un processo di scrittura più complesso del previsto?

(Walter)«Recentemente il mio brano preferito è “No One’s Waiting”. È un connubio tra Metallica e Alice In Chains, con l’aggiunta del tipico sapore elegiaco à la Headless. Le liriche sono estremamente personali e intimistiche. Se desiderate un mio autoritratto aggiornato, leggetele con attenzione. C’è poi “Still My Thrill”, che sarà il prossimo singolo. È una canzone dedicata a uno dei miei più cari amici, scomparso in un tragico incidente in montagna. Devo ammettere che è stato questo evento a scatenare in me il desiderio di realizzare un nuovo album.»

Avete già in programma delle date dal vivo per promuovere il disco? Che tipo di esperienza volete offrire al pubblico nei vostri concerti?

(Enrico)«Al momento non sappiamo ancora quando riusciremo a fare un tour vero e proprio, anche perché gli impegni di ciascuno di noi, oltre agli Headless, sono tanti. Siamo spesso in giro con altri progetti in periodi diversi dell’anno, e trovare una finestra comune non è semplice. Quello che possiamo dire è che cercheremo sicuramente di essere presenti sul palco di qualche festival, ma per gli annunci definitivi preferiamo mantenere ancora un po’ di suspense. Di sicuro, appena avremo l’occasione di esibirci dal vivo cercheremo di offrire al pubblico un’esperienza di sound energico e ricercato allo stesso tempo, senza mai rinunciare, però, al giusto feeling comunicativo: l’idea è di
trasmettere energia e intensità, evitando però di risultare freddi o distaccati.»

Vi lasciamo lo spazio per salutare chi ci sta leggendo e magari lanciare un messaggio ai vostri fan, nuovi o storici. A voi la parola!

(Enrico)«Anche quando faccio lezione di batteria ai miei allievi di School Of Rock sottolineo sempre che una band, dal vivo, è responsabile solo di una parte della riuscita dello spettacolo: il resto dipende dal pubblico e da chi sceglie di investire il proprio tempo e il proprio denaro per venire a vederla. Per questo voglio ringraziare di cuore tutti i lettori, chi ci segue da tempo o magari ci sta scoprendo solo adesso. Sono convinto che una parte fondamentale del piacere di fare musica stia nella condivisione, e sapere che i nostri brani vengano ascoltati e apprezzati è la spinta che ci fa andare avanti. Vi invitiamo ad ascoltare Transitional Objects, a venirci a trovare ai concerti e a far
parte di questo viaggio insieme a noi. Il supporto dei fan, storici e nuovi, è ciò che rende davvero speciale tutto questo.»

 

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