Recensioni
THORONDIR – Wächter des Waldes
“Mi ritrovai nel mezzo di un sentiero di muschio e pietra, con il respiro della foresta sulle spalle. Poi… arrivarono i tamburi.”
Non tutti gli album iniziano con una porta che si apre sul mito. “Wächter des Waldes“ lo fa e non con timidezza, ma con una chiamata alle armi. I Thorondir, dopo sei anni di silenzio, tornano a ruggire dalle profondità bavaresi con un disco che è un’esperienza. Non per chi cerca una melodia da sottofondo. Ma per chi è pronto ad attraversare antichi boschi, sotto pioggia di frecce e canti rituali.
L’apertura strumentale “In der Tiefe des Waldes” è l’alba prima della battaglia. Sfumature ambient, synth ariosi e un crescendo misurato accendono la torcia. Ma è con “Drudenfluch” che il cammino inizia davvero e senza pietà. Black metal melodico, ma senza compromessi. I blast beat arrivano come frecce nella nebbia e le chitarre incidono con la precisione di una lama affilata. Kevin Wienerl, alla voce, non grida: invoca. Le sue urla sono cariche di parole comprensibili (e questo è un pregio raro nel genere), come se volesse raccontare ogni leggenda con chiarezza rituale.
Nel cuore del disco, la varietà è regina. “Blut und Ruhm” porta una luce guerriera e orgogliosa, come se i Manowar incontrassero il gelo del nord. “Zur alten Taverne” invece è un sorso di idromele: folk, danzante, ma con l’ascia sempre pronta. Le cornamuse fanno capolino tra riff robusti e marce ritmiche: non stonano, anzi, rafforzano l’immersione. Il disco sa quando accelerare e quando lasciare che il paesaggio parli.
Alcuni brani si comportano come dei rituali in tre atti. “Rübezahl” si apre in modo violento, si ritira in una pausa sospesa, e poi erutta di nuovo con potenza drammatica. Questo respiro narrativo è ciò che distingue Wächter des Waldes: l’album racconta, senza annoiare. “Bruder Hain” mescola chitarre taglienti con atmosfere quasi sacrali, mentre “Geisterheer vom Fichtelwald” riesce a evocare un’epica medievale senza abusare dei synth. La forza qui è nelle corde, nei legni e nel vento.
Il viaggio si chiude con “Baldurs Ruf”, un brano sospeso tra malinconia e potenza. Quattro minuti di introduzione acustica creano una tensione quasi spirituale, che si rompe solo nel finale con un’esplosione controllata e malinconica. È un epilogo cinematografico: non urla vendetta, ma memoria. I Thorondir sembrano suggerirci che la battaglia è finita… per ora.
Wächter des Waldes è come una mappa sonora verso terre dimenticate, un richiamo alle radici mitologiche germaniche suonato con passione, mestiere e rispetto per il genere. Black metal pagano sì, ma anche melodia, narrativa e dettagli curati. I fan del genere lo ameranno. Chi è nuovo, potrebbe finalmente trovare un sentiero accessibile in questa selva spesso impenetrabile.
Country: Germany
Label: Trollzorn Records
Style: Pagan Metal
Top Song: Der Wilde Jäger




