Recensioni
TEMPLAR – Conquering Swords
Ci sono dischi che sembrano uscire da una macchina del tempo. “Conquering Swords”, debutto sulla lunga distanza dei Templar, è uno di questi: un album che non si limita a citare gli anni d’oro dell’heavy metal, ma li ricrea con una convinzione quasi militante. Pubblicato il 27 febbraio 2026 per Jawbreaker Records, il disco rappresenta la naturale evoluzione di quanto mostrato nel demo Black Knight e nel singolo Treacherous Beast, ma con una maturità decisamente superiore.
Registrato sotto la guida di Staffan Tengnér (Century) e masterizzato da Patrick W. Engel al Temple of Disharmony, “Conquering Swords” sfoggia una produzione che definirei “calda e onesta”: ruvida quanto basta, ma mai confusa. Le chitarre gemelle sono sempre in primo piano, il basso pulsa con fierezza e la batteria mantiene un taglio diretto, quasi live. Personalmente ho apprezzato molto questa scelta: niente stratificazioni moderne superflue, solo acciaio lucidato a mano.
L’intro “Gates of Angmar” apre le porte a un mondo di castelli, battaglie e leggende, preparando il terreno per “Witchking”, che esplode con un galoppo degno della miglior tradizione NWOBHM. È un inizio che mette subito in chiaro le coordinate: denim & leather, zero compromessi.
“Excalibur” e “Rainbow’s End” alzano il ritmo, mostrando il lato più veloce e affilato della band. Qui si percepisce la passione autentica per l’heavy metal primordiale: riff serrati, ritornelli epici e quell’energia giovane che non suona mai forzata. In particolare, “Exiled in Fire” mi ha colpito per la sua immediatezza: un brano che entra in testa al primo ascolto, con un refrain che invita al coro sotto il palco.
Non manca la variazione di atmosfera. “The Sorceress” rallenta i battiti con un’introduzione più evocativa, per poi crescere in intensità fino a un assolo che profuma di anni ’80. È un momento che dimostra come i Templar sappiano gestire le dinamiche senza perdere coerenza stilistica.
La parte finale dell’album è un crescendo di forza: “White Wolf” è cupa e potente, trainata da un basso marcato e da un riffing solenne, mentre la title track “Conquering Swords” chiude il disco con un taglio epico e battagliero. È una conclusione che suona come una promessa: questa non è una semplice uscita nostalgica, ma l’inizio di un percorso.
Isak Neffling, alla voce e al basso, offre una prova sentita e carismatica: non è un cantante “perfetto” in senso accademico, ma proprio questa leggera imperfezione rende il tutto più autentico. Le chitarre di Gustav Harrysson e Teddy Edoff lavorano in perfetta sinergia, mentre Mille Lundström dietro le pelli garantisce solidità e impatto.
“Conquering Swords” è un atto d’amore verso la prima ondata svedese e verso un’epoca in cui le canzoni parlavano di spade, onore e destino senza ironia. E, devo ammetterlo, in un panorama spesso saturo di produzioni iper-lucide e costruite a tavolino, ascoltare un disco così diretto e sincero è quasi liberatorio.
Se amate l’heavy metal tradizionale, quello che vibra di passione genuina e spirito underground, questo debutto è un appuntamento obbligato. I Templar non stanno solo sventolando la bandiera del genere: la stanno piantando con decisione nel terreno.
Country: Sweden
Label: Jawbreaker Records
Style: Heavy Metal
Top Song: Conquering Swords




