Recensioni
STEEL SEAL – Fireraiser
Un graditissimo, quanto a lungo atteso, ritorno. I laziali Steel Seal, a vent’anni esatti dal loro album di esordio – By the Power of Thunder (2006), seguito da Redemption Denied (2010) e da The Lion’s Den (2017) – tornano alla grande, con il nuovo quarto disco, Fireraiser, anch’esso su Underground Symphony come i precedenti tre. La band romana è schierata, oggi, con il leader e fondatore Marco Valerio Zangani (alla chitarra), Roberto Fasciani (basso, chitarra; ex Dunwich), Adriano Rossi (alle tastiere) e Luca Iovieno (batteria, anche lui – tra gli altri – ex Dunwich): la medesima line-up del cd precedente. Sul versante vocale, quasi tutti i brani vengono cantati da Fabio Lione (già in Labyrinth, Angra, Rhapsody of Fire, Vision Divine, Hollow Haze, tra i molti altri), uno da Andrea Marchisio (ex Desdemona, Famous-X e Highlord, oggi negli Oblivion Vortex) e l’ultimo – la bellissima cover di Lost and Lonely Days, dei Warlord – da Val Shieldon (Anguish Force, Oracle Sun, Renegade, Sigma, Tragedian, Twilight Zone). Ospite agli assoli – in numerosi brani – è, infine, Lorenzo Milone (già con Noveria ed Ethernity, nonché nel secondo Steel Seal).
Dal punto di vista musicale, da un lato, viene confermata la vena artistica dei tre lavori precedenti – vale a dire un power neo-classico, melodico e barocco, nelle sue strutture, enfatico e coinvolgente, pomposo e trascinante – mentre, dall’altro, tale approccio viene fatto mirabilmente incontrare con il retaggio, eterno e sempreverde, della scuola di matrice heavy metal e soprattutto hard rock inglese e britannica (in maniera talora non troppo dissimile dagli argentini Rata Blanca), ritrovando in questo una delle grandi direttrici storiche da cui si è originato lo stesso power sinfonico (degli Steel Seal, e non soltanto: pensiamo qui anche agli Stratovarius di Intermission).
L’opener Prisoner riprende il discorso sonoro, esattamente, là dove lo aveva lasciato il precedente platter degli Steel Seal: un power-speed melodico e tellurico, allo stesso tempo, molto sostenuto ed evocativo, basato sugli intrecci di chitarre rocciose e tastiere in bella evidenza, assoli suggestivi ed un impatto notevole, oltre ad una costruzione del pezzo elaborata e ricca di sfaccettature. La ricetta tradizionale della band romana. La voce è sugli scudi e la sezione ritmica supporta il tutto in modo a dire poco impeccabile. L’intro più elettronica della successiva Skyraider Down può evocare invece le atmosfere ‘acquatiche’ di Edgar Froese dei berlinesi Tangerine Dream, prima di evolversi in una traccia favolosamente purpleiana, con chitarre alla Blackmore ed organo massiccio: rimarchevole è, altresì, il break centrale più lento. Ancora meravigliosi echi Deep Purple sono avvertibili nella terza canzone, la tirata e sostenuta Drifter Forever, con porzioni chitarristiche assai tese, ed un assolo di synth molto barocco e degno della mitica Burn. Più atmosferica e vagamente alla Magnum si rivela, poi, Sad Again, mai banale nelle sue soluzioni e dominata da malinconiche linee melodiche, rese da gruppo e canto al meglio. Anche in questa traccia, troneggia un gusto più vario rispetto al passato e, appunto, sono proprio le diversificazioni delle trame sonore ed il loro sviluppo a colpire, in maniera assai positiva, sia la mente, sia l’immaginazione dell’ascoltatore. Con Under Fire, si ritorna al mix di melodic-speed e hard/metal d’ascendenza britannica, con stentoree parti chitarristiche e azzeccati quanto opportuni contrappunti tastieristici. Notevolissime sono, qui come altrove, le orchestrazioni, con un’ampia gamma cromatica ed un’enfasi pomposa, da drama-rock, giostrata su note alte. In the Name of Gain introduce alla seconda parte di Fireraiser, con un hard & heavy molto dinamico e di scuola davvero alta: un mid-tempo di potente eleganza, con ottimi impasti strumentali. Hell Broken Free e Before the Night fotografano anch’esse, in maniera esemplare, l’approccio degli Steel Seal: potenza e melodia, cura certosina verso ogni dettaglio, preziosismi canori, arrangiamenti raffinati, velocità esecutiva e rallentamenti, sempre poggiando le basi su un ottimo songwriting, la vera carta vincente di questo magnifico come-back. Dopo la teatrale Goddess of the Storm, giunge il capolavoro e la vetta del disco – un pezzo realmente strepitoso – la cangiante e cinematica Reflex, introdotta da un Moog capace di rievocare tutta la magia di Tarot Woman dei Rainbow (dallo storico Rising, anno di grazia 1976): la composizione – chiamarla solo canzone sarebbe troppo banalmente semplicistico – si snoda attraverso gli scenari di un epic classicheggiante, con chitarre ipnotiche e mesmerizzanti, i cui raid incrociano filamenti di sintetizzatore degni del migliore hard pomp albionico del bel tempo che fu. E che, grazie agli Steel Seal, ancora è. Nove minuti di magnetica intensità sonora. Chiude, come detto, il bellissimo rifacimento del classico dei Warlord (targato in origine 1984).
Siamo molto probabilmente in presenza del migliore album degli Steel Seal, del disco che conduce a definitiva maturazione, sul piano artistico-musicale, il percorso di Zangani e soci. Un album che si colloca a perfetta metà strada tra l’heavy prog epico dei Rainbow era-Dio (1975-1978) ed il classico power sinfonico, italiano ed europeo. Magnifica è, poi, anche la copertina, così come tutto l’artwork interno. Insomma, non si può che dire ‘bentornati’ agli Steel Seal, autori di un disco splendido, tra i migliori di questi primi mesi del 2026.
Country: Italy
Label: Underground Symphony
Style: Neoclassical Power Metal / Symphonic Power Metal / Heavy Metal / Hard Rock
Top Song: Reflex




