Recensioni
STEEL ARCTUS – Dreamruler
C’è un momento, ascoltando Dreamruler, in cui ho capito che gli Steel Arctus non stanno più semplicemente “giocando” con l’epic metal: lo stanno forgiando con una convinzione che raramente si vede in una band al terzo disco. Non è solo una nuova tappa del loro concept eroico, non è solo un affinamento del sound… è un album che sembra scritto con la sicurezza di chi ha finalmente trovato la propria identità e non ha alcuna intenzione di comprometterla.
Il viaggio onirico che dà il titolo al disco è più di un pretesto narrativo: permea davvero ogni scelta musicale. Le chitarre di Nash G., affilate ma sempre melodiche, sembrano tracciare i contorni mutevoli di un reame dominato dall’arcimago Dreamruler. Il basso di Strutter e la batteria di Chatziminas creano un terreno che cambia consistenza sotto i piedi, ora solido come pietra, ora liquido come un incubo. La voce di Tasos Lazaris, poi, rimane l’elemento più riconoscibile: un interprete che non si limita a raccontare la storia, la incarna. E uno dei miei piaceri nel riascoltare il disco più volte è stato proprio cogliere come i suoi accenti cambino, passando dall’eroismo furioso alla disperazione trattenuta.
Nonostante la struttura fortemente epica, ciò che colpisce è il ritmo interno del disco: Dreamruler sa alternare violenza e fragilità senza perdere coesione. “Cry for Revenge” apre le ostilità con una furia controllata, un brano che mi ha fatto pensare a quanto siano cresciuti come songwriter: è immediato, ma non scontato. “Defender of Steel”, con il suo spirito quasi da inno guerriero, è uno dei passaggi che ho trovato più rappresentativi del “tocco greco” che ormai definisce il loro stile, quella miscela inconfondibile di pathos ed energia che poche band riescono a gestire senza cadere nell’eccesso.
La parte centrale dell’album è probabilmente la mia preferita: “Fate of the Beast” corre come un presagio inarrestabile, “Wicked Lies” sorprende con una raffinatezza quasi AOR, e la title track “Dreamruler” ha quel tipo di atmosfera sospesa che ti rimane impressa anche quando il brano finisce. “Fires of Death”, invece, è puro carburante metal: è impossibile non immaginarla incendiare un live.
Il finale, con “Legend of the Warrior” seguito da “Onar”, è più contemplativo di quanto mi aspettassi per un album così battagliero. Non lo considero un difetto: personalmente trovo interessante che abbiano scelto una chiusura più emotiva che trionfale. È come se la storia non finisse qui, ma semplicemente si dissolvesse, come un sogno da cui ci si sveglia troppo presto.
Dal punto di vista della produzione, si sente la mano di Nash G. e Strutter: tutto è nitido, potente, moderno senza sacrificare il calore del metal classico. La scelta della No Remorse Records di spingere sulla qualità sonora e sulla cura estetica (bella anche la copertina di Manos Lagouvardos, sebbene meno immediata del contenuto musicale) paga enormemente.
In definitiva, Dreamruler non cambia le regole del power metal, gli Steel Arctus questo non lo hanno mai promesso. Però le onorano con una convinzione rara, con una competenza che ormai è il loro marchio di fabbrica, e soprattutto con una maturità compositiva che li colloca tra le band emergenti più solide del genere. È un album che vibra di passione, tecnica e identità, e lo dico con assoluta sincerità: non tutti i dischi power metal del 2025 suonano così vivi.
Se amate l’epico, il drammatico, il glorioso… questo disco merita di essere ascoltato più volte. E se già conoscete gli Steel Arctus, probabilmente lo stavate aspettando. Qui trovate esattamente ciò che sperate e qualcosa in più.
Country: Greece
Label: No Remorse Records
Style: Epic / Heavy / Power Metal
Top Song: Cry for Revenge



