Recensioni
RUNEMAGICK – Cycle of the Dying Sun
Questa band svedese appartiene alla storia, specialmente a quella più sotterranea ed oscura. Infatti, i Runemagick sono nati a Goteborg nel 2000, inizialmente votati ad un death metal in linea con primi Entombed e Grave (tra i capiscuola nazionali del genere) nonché con gli Asphyx, i Necros Christos, gli Aeternus, i Demigod e gli Autopsy. Un suono, in principio, molto claustrofobico e catacombale, che, col passare degli anni – in un lustro di secolo, i Runemagick hanno dato alla luce oltre quaranta titoli, fra demo, split, live, singoli, mini e full-lenght –, ha iniziato sempre più a rallentare allo scopo di incorporare istanze doom ed elementi di dark metal classico. Un percorso comune anche ad altri, che, anche nel caso dei Runemagick, ha fatto registrare interessanti sviluppi musicali.
A due anni di distanza da Beyond the Cenotaph of Mankind (2023), il gruppo realizza un ennesimo ottimo disco, a firma di fatto del solo Nicklas Rudolfsson, oggi unico depositario del marchio Runemagick, sia pure con alcuni ospiti. Pertanto, rimasti una one-man band, i Runemagick di Cycle of the Dying Sun per un verso riaffermano le proprie influenze primarie (su tutti i Bathory, Celtic Frost e Tiamat), mentre per un altro aprono le porte all’esplorazione di nuovi ed ulteriori paesaggi artistici. Anche per tale motivo l’album viene presentato con orgoglio dal suo autore – Nicklas lo ha composto e suonato per intero – come il primo capitolo di una nuova era artistica, per i Runemagick. In effetti, in brani quali l’opener Wyrd Unwoven, nelle stentore canzoni successive – da Old Bones a Womb of the Vailed Sun, dalla bellissima The Runestone’s Lament (un vero manifesto, sia sonoro, sia lirico) ad Ashen Realms, da The Hollow Chant of the Seer sino a Spires of a Drowned Horizon – con una sorta di apice rappresentato dalle due parti di Embers of the Unwritten Dawn, i Runemagick si immergono in un death-doom lento e alquanto ritualistico, riscrivendo la propria passata identità in un rinnovato presente, nella costruzione di plumbee e pregnanti atmosfere, insieme meditative e cerimoniali.
Un autentico viaggio – fatto di riverberi e walls of sound – in cui il tradizionale doom dei Candlemass incontra il death epico degli Unleashed (ormai diversi anni, fa anche i Bolt Thrower si cimentarono nel tentativo di combinare i due tipi di retaggio). Solitario al pari dell’amato Lovecraft, a suo agio con tutti gli strumenti (chitarra, basso, batteria e sintetizzatori), Rudolfsson conduce per mano chi lo ascolta in una specie di trance sciamanica e quasi spaziale. Non a caso, oltre alla magia crowleyana, anche l’ignoto costituito dall’universo e i regni cosmici sono fra le tematiche affrontate nei testi di Nicklas (assieme alla mitologia norrena e al binomio vita-morte). Ne viene fuori un lavoro denso di suggestioni e molto evocativo, certo non per tutti (ma, di tale essenza underground, i Runemagick si dichiarano da sempre leali portavoce), mixato e masterizzato da Andy La Rocque (King Diamond e Death). In ambito estremo, è tra i prodotti senz’altro più interessanti degli ultimi tempi.
Country: Sweden
Label: Hammerheart Records
Style: Atmospheric Death Metal / Doom Metal
Top Song: The Runestone’s Lament



