Recensioni
RIOT – Born in America
Quando Born in America uscì il 14 ottobre 1983, i Riot erano in un momento delicato: avevano appena perso il contratto con una grande etichetta (Elektra), e stavano cercando di ritrovare la propria direzione in un panorama metal che si evolveva velocemente.
L’album si presenta come una mescolanza di orgoglio americano (“Born in America” come titolo è già un manifesto), tonalità hard & heavy molto radicate nel suono degli anni ’80, ma anche con qualche concessione di troppo al gusto commerciale, tipico del periodo. Mark Reale, chitarrista storico e anima del gruppo, guida il disco con riff solidi, ma si percepisce uno sforzo nel bilanciare l’aggressività tradizionale con melodie più accessibili.
Fin dall’intro, la title track prova a essere un inno: riff quadrato, ritmo marcato, cori che puntano ad entrare in testa. Ma quel ritmo spesso si addolcisce troppo verso la metà dell’album, in pezzi come You Burn in Me, che cercano la via della melodia e del ritornello che resti. Non è sbagliato, ma è una strategia rischiosa per una band nota agli ambienti più puri dell’heavy metal.
Un’anomalia curiosa è la scelta di inserire una cover pop come Devil Woman di Cliff Richard. Potrebbe sembrare un passo avventato, ma i Riot riescono a farla propria, trasformandola quasi in una risposta in metallo al mondo pop, con arrangiamenti più grezzi e chitarre che non perdonano. È come se volessero dire “anche noi possiamo rifare il pop, ma a modo nostro”.
Le tracce più potenti, per me, sono Wings of Fire e Heavy Metal Machine. Wings of Fire ha un’introduzione che resta sospesa, quasi acustica, prima che esploda; è poesia metallica, adrenalina pura che si incunea dentro l’ascolto. Heavy Metal Machine invece è più diretta, tagliente, e richiama quel desiderio di battere il petto e urlare.
Sul versante debole, il mix di produzione non valorizza sempre la voce di Rhett Forrester: in alcuni momenti canta bene, con grinta, ma a volte il sound della chitarra e della batteria lo sovrasta. Anche Promised Land o alcuni passaggi finali perdono un po’ di mordente, sembrano filler rispetto agli apici dell’album.
Tra gli aneddoti più interessanti: è l’ultimo disco di Riot con la formazione composta da Rhett Forrester (voce), Rick Ventura (chitarra), Kip Leming (basso) e Sandy Slavin (batteria), dopo questo, il gruppo subirà cambiamenti profondi.
Inoltre, l’album uscì per una etichetta indipendente (Quality Records in Nord America) dopo la rottura con Elektra, il che influì moltissimo sulla visibilità che Riot poté avere.
Nella memoria personale, ascoltando Born in America, si avverte un pugno misto a malinconia: la band che sa ancora fare molto bene il proprio mestiere, con passaggi di autentico Heavy Metal puro, ma anche con la consapevolezza che le sfide esterne, mercato, visibilità, etichette, stavano inclinando la bilancia contro di loro.
Alla fine, Born in America è un album genuino. È l’ultima testimonianza di Riot prima che intraprendessero un percorso di trasformazione che li avrebbe portati verso sonorità più vicine al power metal anni dopo. Per chi ama l’heavy metal degli anni ’80 è un disco che merita di essere riscoperto, nonostante le sue imperfezioni.
Data di uscita: 14 ottobre 1983
Genere: Heavy Metal, Hard Rock
Etichetta: Quality Records (USA), ZYX (Europa)
Origine della band: USA




