Recensioni
MÖTLEY CRÜE – “Shout at the Devil”, il disco della consacrazione
Nel 1983, mentre il mondo del rock si divideva tra i residui della psichedelia e l’esplosione dell’hard rock da classifica, un quartetto di Los Angeles decise di cambiare le regole del gioco. Shout at the Devil, secondo album dei Mötley Crüe, uscì il 26 settembre e segnò l’inizio ufficiale della loro leggenda. Non era solo un disco: era un urlo in faccia alla morale americana, una provocazione visiva e sonora, un’esplosione di mascara, pelle e fuoco.
Dopo il debutto Too Fast for Love, ruvido e autoprodotto, i Crüe affilano le lame: la produzione è più potente, i riff più pesanti, la visione più chiara. “Shout at the Devil”, la title track, apre le danze con una dichiarazione bellicosa: è metal da stadio, costruito per far cantare le masse e far arrabbiare i genitori. Subito dopo, “Looks That Kill” alza il tiro: un anthem iconico, supportato da un video in heavy rotation su MTV, che rese impossibile ignorare questi quattro pazzi truccati.
Durante le riprese di quel video, Vince Neil si presentò in ritardo dopo una notte passata a bere, ancora truccato dalla sera prima. Nessuno si preoccupò: il trucco colato contribuiva all’effetto “guerriero post-apocalittico” che stavano cercando. Pare che si fosse addormentato davanti allo specchio e, al risveglio, abbia creduto per un attimo di essere stato rapito da una setta satanica. Era solo in una stanza d’hotel a Detroit. Classico Mötley Crüe.
Il suono del disco è un mix perfetto tra aggressività e melodia. Brani come “Too Young to Fall in Love” mostrano un lato più accessibile, quasi pop, senza mai perdere l’energia del metal. La cover di “Helter Skelter” dei Beatles è completamente trasfigurata: trasformata in una cavalcata hard rock, rumorosa e sporca, come se i Fab Four fossero cresciuti su Sunset Boulevard. Nikki Sixx scelse personalmente quel pezzo, ossessionato dalle connessioni tra la canzone e Charles Manson. Durante la registrazione, si dice che le luci dello studio si abbassassero da sole, provocando qualche brivido. “Forse era un segno… o forse avevamo dimenticato di pagare la bolletta,” avrebbe poi ironizzato Mick Mars.
La band è al completo della sua forza: Vince Neil graffia con la voce, Mick Mars costruisce muri di chitarra taglienti, Tommy Lee pesta come un ossesso con groove tribale, e Nikki Sixx, mente creativa e spirito oscuro del gruppo, guida la nave con un basso pulsante e testi che mescolano occultismo, sesso e ribellione. Il tutto è avvolto da un’estetica studiata nei minimi dettagli: trucco pesante, outfit di pelle e quel famigerato pentacolo sulla copertina, che avrebbe fatto urlare all’anticristo buona parte dell’America conservatrice.
La reazione fu immediata: proteste, boicottaggi, dischi bruciati nei parcheggi delle chiese. Alcuni gruppi religiosi definirono l’album “un portale per il demonio”. Ma per i Crüe, ogni accusa era pubblicità gratuita. Addirittura, iniziarono a firmare copie con un pennarello rosso sangue, sorridendo durante i servizi televisivi scandalizzati. L’album diventava così non solo un prodotto musicale, ma un oggetto di culto, o di terrore, a seconda dei punti di vista.
Il clima interno alla band, però, era tutt’altro che sobrio. Durante le prove del tour, Nikki Sixx lanciò una bottiglia contro Tommy Lee dopo aver scoperto che aveva nascosto una riserva personale di whisky. Lo mancò di poco, e la bottiglia finì in mille pezzi contro un amplificatore. Litigio risolto, ovviamente, con una bevuta collettiva quella stessa sera. Era una band che viveva al massimo, nel bene e nel male.
Pur non essendo privo di difetti, alcune tracce secondarie come “Danger” o “Ten Seconds to Love” non reggono il confronto con i pezzi forti, Shout at the Devil resta un’opera compatta, diretta e incredibilmente influente. È l’album che ha trasformato i Mötley Crüe da promessa locale a forza globale, contribuendo a definire l’estetica e il sound del glam metal che avrebbe dominato il resto del decennio.
Con oltre 4 milioni di copie vendute solo negli Stati Uniti, e un’eredità culturale che continua ancora oggi, Shout at the Devil è più di un disco: è un rituale iniziatico. È la colonna sonora di un’epoca in cui il metal si faceva bello, sporco e pericoloso allo stesso tempo. È il momento in cui l’inferno scese su Hollywood e portava lo smalto nero.
Data di uscita: 26 settembre 1983
Genere: Heavy Metal / Glam Metal
Etichetta: Elektra Records
Origine della band: USA



