Recensioni
LYNCH MOB – Dancing With The Devil
Non capita spesso di assistere alla chiusura definitiva di una carriera che ha attraversato decenni di hard rock con la stessa resilienza di un’onda che continua a infrangersi, ostinata, contro la stessa scogliera. Dancing With The Devil, ultimo atto dei Lynch Mob, non è semplicemente un disco: è una dichiarazione d’identità, una raccolta di istantanee sonore che sembrano dire “questo siamo stati, questo siamo ancora, fino all’ultima nota”.
Fin dai primi secondi della title track si percepisce un’atmosfera quasi rituale: le chitarre di George Lynch non entrano in scena, la occupano. È come se l’intero album fosse stato costruito attorno a quel timbro, un marchio di fabbrica che negli anni non è mai stato diluito o compromesso. E devo ammettere che, ascoltandolo, ho avuto la sensazione di trovarmi davanti a un artista che non sta facendo i conti con il passato, ma lo sta coronando.
La band, Gabriel Colón alla voce, Jaron Gulino al basso e Jimmy D’Anda alla batteria, dimostra una compattezza rara, frutto del lavoro affinato già in Babylon. La produzione di Chris Collier mette ogni elemento al suo posto senza sterilizzare nulla: le voci rimangono ruvide al punto giusto, le chitarre respirano, la sezione ritmica avanza con quell’equilibrio tra peso e movimento che definisce il vero hard rock. Personalmente, credo sia una delle produzioni più “oneste” mai avute dai Lynch Mob: non cercano di ringiovanire artificiosamente il sound, ma ne esalta la maturità.
Brani come “Pictures of the Dead” e “Saints and Sinners” mostrano una band che sa ancora mordere, mentre “Sea of Stones” scivola in territori più oscuri con un fascino quasi sabbathiano. Poi arriva “Golden Mirror”, lo strumentale acustico che apre una finestra imprevista: un momento sospeso, elegante, che dimostra come Lynch, anche quando rallenta, non perda mai un grammo di personalità. Non molti chitarristi riescono a essere riconoscibili anche senza distorsione… e questo per me è uno dei segni definitivi della grandezza.
Tra i miei momenti preferiti, sorprendentemente, c’è “The Stranger”: un brano che gioca su tensioni e rilasci, con un’atmosfera quasi cinematografica, perfetto come chiusura prima dei titoli di coda. E i fan europei avranno anche “Somewhere”, un addio nell’addio: malinconico, ma non rassegnato.
Ciò che colpisce di Dancing With The Devil è come affronti la sua natura di “ultimo album” senza indulgere nella nostalgia. Non c’è traccia di stanchezza, né la voglia di strafare: c’è la consapevolezza serena di chi suona perché sa come farlo, e lo fa ancora benissimo. Da ascoltatore, mi ha dato la sensazione di un libro che si chiude non con un colpo di scena, ma con una pagina che rimane impressa.
Se questo è davvero il canto del cigno dei Lynch Mob, allora è uno di quelli che risuonano a lungo. E, per quanto mi riguarda, è un saluto che non suona affatto come un epilogo, ma come una firma lasciata con mano ferma e piena di orgoglio. George Lynch aveva detto che questo album sarebbe stato il suo capolavoro: non so se sia il migliore, ma è sicuramente quello che porta più peso emotivo.
Country: USA
Label: Frontiers Music
Style: Hard Rock
Top Song: Dancing With The Devil



