Recensioni
KATE’S ACID – Hellbender
Ci sono dischi che vanno valutati per ciò che sono, e altri che portano con sé un peso storico impossibile da ignorare. “Hellbender” dei Kate’s Acid appartiene decisamente alla seconda categoria: non è solo un album, ma il ritorno su lunga distanza di una voce che ha contribuito a definire un’intera epoca dell’heavy metal europeo. Pubblicato il 20 marzo 2026 da High Roller Records, questo lavoro segna il primo vero capitolo in studio della nuova incarnazione guidata da Kate de Lombaert.
L’impatto iniziale è immediato e senza troppi giri di parole: il disco suona come un manifesto old-school. Il brano d’apertura e title-track “Hellbender” entra con decisione, tra riff diretti e una ritmica incalzante che richiama quell’estetica speed metal primordiale che gli Acid avevano contribuito a plasmare negli anni ’80. Non c’è modernizzazione forzata, non ci sono compromessi: qui si respira metallo classico in ogni nota.
Uno degli elementi più sorprendenti, e lo dico con sincera ammirazione, è proprio la prova vocale di Kate. Certo, il tempo ha inevitabilmente modificato alcune sfumature della sua estensione, ma il carisma e l’attitudine sono ancora lì, intatti. La sua interpretazione non punta più solo sull’aggressività pura, ma aggiunge una componente più vissuta, quasi riflessiva in alcuni momenti. Personalmente, ho trovato questo aspetto uno dei più affascinanti del disco: non è un tentativo di replicare il passato, ma di reinterpretarlo con consapevolezza.
Brani come “The Lightning Conductor” e “Do Not Burn The Witch” rappresentano il lato più veloce e diretto dell’album, con un approccio quasi “biker metal” che funziona ancora alla grande. Qui la band spinge sull’acceleratore, costruendo pezzi semplici ma efficaci, pensati chiaramente per essere cantati e vissuti dal vivo. Dall’altra parte, tracce come “Riding Out” mostrano una vena più rockeggiante, con un groove che spezza la linearità e rende l’ascolto più vario.
Interessante anche la presenza di “Air Raid”, una sorta di ballad atipica che chiude il disco con un tono più cupo e riflessivo. Non è il classico momento melodico costruito a tavolino, ma un episodio che prova ad aggiungere profondità emotiva al lavoro. A mio avviso, non è il punto più forte dell’album, ma contribuisce a dare respiro e a mostrare un lato diverso della band.
Dal punto di vista sonoro, la produzione è moderna ma rispettosa: pulita, definita, senza perdere quell’impatto ruvido che serve a questo tipo di proposta. Le chitarre sono taglienti, la sezione ritmica compatta, e l’insieme restituisce un equilibrio convincente tra passato e presente.
Se devo essere completamente onesto, “Hellbender” non è un disco che cambierà le regole del gioco, né probabilmente ambisce a farlo. Alcuni brani risultano più memorabili di altri e, nel complesso, manca forse quel picco assoluto capace di trasformarlo in un classico immediato. Tuttavia, c’è una qualità che compensa tutto questo: l’autenticità. Si sente che questo è un album fatto per passione, non per rincorrere tendenze.
“Hellbender” è un ritorno solido e carico di significato. Non è solo nostalgia: è la dimostrazione che un certo spirito metal può ancora vivere e suonare credibile, anche a distanza di quarant’anni. E, personalmente, trovo che questo basti già a renderlo un ascolto più che valido.
Country: Belgium
Label: High Roller Records
Style: Heavy Metal / Speed Metal
Top Song: The Lightning Conductor




