Symphonic Metal
GLASYA – Fear
Ci sono dischi che ti raccontano una storia. Poi ci sono dischi che ti trascinano dentro una storia, come se tu fossi un personaggio, un testimone, o una coscienza che fluttua nella mente della protagonista. Fear, il terzo album dei Glasya, fa esattamente questo. Non ti invita a seguirlo: ti costringe a viverlo. E lo fa con classe, potenza e un’intensità narrativa che, nel panorama del symphonic metal moderno, è sempre più rara.
Dalla prima all’ultima traccia, Fear è una suite cinematica in piena regola, con tanto di protagonisti, momenti di tensione, climax emotivi e un epilogo catartico. A guidarci lungo questo viaggio oscuro e redentivo è la voce vibrante e versatile di Eduarda Soeiro, che – non a caso – è entrata a far parte anche della formazione live dei Moonspell. Se nel precedente Attarghan i Glasya avevano messo in mostra il loro amore per i concept orientaleggianti, qui si entra in un territorio più personale, quasi intimo, ma non per questo meno epico. Anzi.
Il suono è robusto, moderno, curato nei minimi dettagli. La produzione di Fernando Matias e il mastering di Jaime Gomez Arellano (nomi già sentiti accanto a Ghost e Behemoth) si fanno sentire eccome. Ogni orchestrazione di Davon Van Dave è lucida e cinematografica, le chitarre di Hugo Esteves e Bruno Prates suonano come colonne d’acciaio in mezzo a una tempesta sinfonica, mentre la sezione ritmica tiene tutto in piedi con precisione chirurgica. Il risultato è un album che non scivola mai nell’eccesso barocco, ma rimane ancorato a una narrazione fluida e credibile.
I cameo vocali sono dosati con intelligenza: Fernando Ribeiro (Moonspell) nei brani “Fear” e “In Debris” aggiunge quel tocco dark e narrativo che solo la sua voce può dare; Michele Guaitoli (Vision of Atlantis) in “Glimpse of Memory” costruisce un duetto struggente e potente con Eduarda; Sara Leitão (Dark Oath) incendia “Rising Wildfire” con una forza quasi blackened, mentre il tenore Filipe de Moura in “Rescue” porta l’intero album al confine tra metal e teatro lirico.
Dal punto di vista narrativo, Fear racconta il percorso interiore di una donna, Sarah, che attraversa le proprie paure come stanze di un incubo lucido. Ogni traccia è un frammento della sua mente, un ricordo, una colpa, un tentativo di redenzione. C’è una componente psicanalitica molto forte, che in certi momenti mi ha ricordato i concept degli Ayreon o The Human Equation, ma con una sensibilità più lirica e meno futuristica.
Un momento da brividi è senza dubbio “No Teu Abrigo”, cantata in portoghese e posta in chiusura. Non è solo una ballata: è una dichiarazione d’identità culturale, un ritorno a casa emotivo dopo il caos. Qui Eduarda riesce a commuovere senza artifici, solo con voce, melodia e sincerità. È una scelta coraggiosa, che nobilita l’intero progetto.
Da amante del symphonic metal, sono spesso scettico verso i concept album troppo ambiziosi, perché rischiano di perdersi in un labirinto di buone intenzioni e troppa esposizione. Glasya, invece, dimostra una rara coerenza artistica. Non solo hanno una storia da raccontare, ma sanno come raccontarla: con timing, gusto, equilibrio tra melodia e aggressività, e soprattutto senza mai dimenticare l’ascoltatore.
Potrei trovare un paio di passaggi forse troppo densi di spoken word, ma nel contesto generale sono parte della visione. E quando la visione è così forte, non la si corregge: la si rispetta.
Fear è una vera opera. Una narrazione sinfonica che si muove tra l’incubo e la speranza, tra il dolore e la rinascita. I Glasya han centrato il bersaglio, con un disco maturo, emotivamente coinvolgente e tecnicamente ineccepibile. Un must per chi ama Epica, Nightwish, Visions of Atlantis… e chiunque cerchi musica con un’anima vera.
Fear non ti aiuterà a superare le tue paure. Ti farà capire che affrontarle è l’unico modo per uscirne davvero.
Country: Portugal
Label: Scarlet Records
Style: Symphonic Metal
Top Song: Fear




