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DIO e la furia di Strange Highways, L’eco della rinascita oscura

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C’è un momento, nella carriera di ogni leggenda, in cui la strada prende una svolta inaspettata. Per Ronnie James Dio, quella curva aveva l’asfalto consumato dalla rabbia, la nebbia della disillusione e il rombo di un motore che bruciava di verità. Il suo nome: Strange Highways.

Dopo il temporaneo ritorno nei Black Sabbath per Dehumanizer (1992), Ronnie si trovò davanti a un bivio esistenziale e artistico. Il mondo del metal stava cambiando: il grunge stava erodendo le certezze, le luci del glam si spegnevano e il pubblico sembrava più attratto dal dolore che dall’epica. Ma Dio non era tipo da indietreggiare. Così raccolse la sua nuova band, Tracy G alla chitarra, Jeff Pilson al basso e il fidato Vinny Appice alla batteria, e imboccò quella “strada strana” con la determinazione di chi ha ancora molto da dire.

Strange Highways non è un disco “facile”. È un pugno nello stomaco, un urlo soffocato, un diario scritto con il sangue di chi non si arrende al tempo. Le chitarre di Tracy G sostituiscono i fraseggi neoclassici di Vivian Campbell e Craig Goldy con riff abrasivi, claustrofobici, quasi doom. L’atmosfera si fa cupa, industriale, disillusa, perfetta per l’America dei primi anni ’90, quando anche gli eroi sembravano stanchi.

Brani come “Jesus, Mary & The Holy Ghost” e “Strange Highways” sono esplosioni di rabbia controllata: la voce di Dio è più roca, graffiata, ma ancora incredibilmente espressiva. C’è meno magia e più realtà, meno draghi e più uomini spezzati. In “Hollywood Black”, Dio sputa veleno contro la superficialità del successo, mentre “Give Her the Gun” racconta di violenza domestica con una crudezza che pochi si sarebbero aspettati da lui.

Il culmine emotivo arriva con “Here’s to You”, una sorta di brindisi amaro ai sopravvissuti del sogno metal anni ’80, e con “Bring Down the Rain”, dove la malinconia si fonde con la potenza, come se Dio avesse trovato un equilibrio tra la luce e la tempesta.

Durante la registrazione, il produttore Mike Fraser (già con AC/DC e Metallica) raccontò che Dio arrivava in studio ogni mattina con un blocco pieno di testi scritti a mano, spesso riscritti durante la notte. “Era come se stesse esorcizzando qualcosa”, disse Fraser in un’intervista anni dopo. Ronnie non voleva solo cantare: voleva purificarsi.

Il chitarrista Tracy G, all’epoca poco conosciuto, ricordò invece la tensione creativa che permeava il gruppo: “Ronnie voleva qualcosa di crudo, senza compromessi. Mi disse: ‘Fammi sentire la paura nelle tue dita’. È stata una delle cose più difficili — e più vere — che mi abbia mai chiesto un artista.”

Riascoltare Strange Highways oggi è come aprire un diario dimenticato in un cassetto pieno di polvere e ricordi. Non è l’album più amato di Dio, ma è probabilmente il più autentico. È un disco di ricostruzione, di transizione e di coraggio. Non vuole piacere, vuole dire.

Ogni nota è una confessione, ogni parola è una cicatrice. Eppure, nel caos, la voce di Ronnie rimane quella di sempre: una fiamma che brucia anche quando il mondo sembra spegnersi.

 

Data di uscita: 25 ottobre 1993

Genere: Heavy Metal

Etichetta: Reprise Records (Warner Bros.)

Origine della band: USA

 

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