Recensioni
BENGAL TIGERS – Cry Havoc
Lo ammetto: non mi aspettavo di trovarmi a scrivere una recensione così entusiasta per un disco dei Bengal Tigers, una band australiana che ha iniziato a fare rumore prima ancora che molti di noi nascessero. Ma qui siamo di fronte a qualcosa di più di un semplice revival. Cry Havoc, il nuovo lavoro in studio del quartetto di Melbourne, una vera dichiarazione di guerra.
Sono passati più di 40 anni dal loro primo EP Metal Fetish, eppure questi ragazzi riescono ancora a suonare con l’urgenza, la grinta e la fame di chi sta cercando di conquistare il mondo per la prima volta. Ma con l’esperienza di chi il mondo, almeno nella scena metal underground, l’ha già masticato e sputato fuori un paio di volte.
Il disco si apre con “Tear You to Shreds”, e il titolo non mente. È un assalto frontale, un’esplosione di riff taglienti e batteria martellante che ti catapulta nel cuore dell’azione. Il cantante Gordon Heald, voce storica e fondatore, sfoggia un carisma vocale che non ha perso un grammo di potenza: graffiante, melodico quando serve, viscerale sempre.
Quello che colpisce di Cry Havoc è la varietà e l’energia, due cose che molte band “storiche” sembrano dimenticare dopo un po’. I Bengal Tigers, invece, si muovono con agilità tra i territori dell’heavy metal classico, del boogie hard rock, e perfino qualche atmosfera più cupa e doom. Il tutto senza mai suonare forzati o nostalgici. Hanno il tiro di chi sa cosa sta facendo.
“Penetrator”: ironico, sporco, sleaze e irresistibile. Un pezzo che sembra uscito da un incrocio tra Judas Priest e Twisted Sister, con un ritornello che si pianta in testa come un chiodo. “Under the Tower”: parte con un rintocco di campana à la Hells Bells, ma poi vira su un tono solenne e teatrale che ti fa venire in mente anche i primi Metallica. Un brano che mostra la maturità della band nella costruzione di atmosfere. “I Am the Fucking Machine”: qui i Tigers si divertono sul confine tra hard rock e heavy metal, con una linea di basso che pulsa come un motore V8 e una chitarra che alterna groove e furia. “Heartbreak in Belgium”: cambio di marcia sorprendente. Più leggero, più festaiolo, con un mood quasi da party anni ‘80. Non me l’aspettavo, ma funziona alla grande.
Una menzione d’onore va alla loro versione di “Diamonds & Rust”, che prende il classico di Joan Baez, lo attraversa con l’anima dei Judas Priest, e lo restituisce con una sensibilità tutta propria. È un esempio perfetto di come si fa una cover: rispetto per l’originale, ma con personalità.
E poi, in chiusura, la ripresa di “Pounding Energy” (dal loro EP del 1982), che suona più fresca di molte produzioni moderne. È come se la band volesse dirci: Ehi, questo è chi eravamo… e guarda un po’, siamo ancora qui. Più forti di prima.
La produzione è ruvida al punto giusto, senza quelle plasticosità iper-lucide che ammazzano l’anima del metal. C’è potenza, c’è dinamica, e soprattutto c’è onestà. I Bengal Tigers non cercano di suonare giovani. Suonano sé stessi. E per una band nata nel ‘79, questo è l’atto più punk che ci sia.
Cry Havoc non è un esercizio di nostalgia, né un tentativo di inseguire le mode. È un disco suonato col cuore e con le palle, che tiene insieme l’amore per l’heavy metal classico e la voglia di divertirsi ancora, senza compromessi. Se amate Saxon, AC/DC, i Priest o i primi Scorpions, ma volete qualcosa che non suoni come una copia sbiadita, fatevi un favore: ascoltate Cry Havoc.
Io, intanto, vado a riascoltarlo per la quarta volta oggi. E a ordinare la maglietta.
Country: Australia
Label: Iron Shield Records
Style: Heavy Metal
Top Song: Cry Havoc



