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BATHORY – Bathory: L’urlo primordiale del black metal
Nel caos elettrico che fu il panorama metal dei primi anni Ottanta, Bathory esplose come un fulmine nero in una notte senza stelle. Non c’era niente di raffinato in quel disco: la produzione era scarna, la voce più ringhio che canto, e le chitarre sembravano trapani rugginosi lanciati nell’oscurità. Ma proprio in questa crudezza stava la forza selvaggia che avrebbe, negli anni a venire, influenzato intere generazioni. Il disco di debutto di Bathory, uscito quasi in sordina nel 2 ottobre 1984, non fu solo l’inizio di una band: fu l’inizio di una filosofia.
È curioso pensare come quella data, allora ignorata da quasi tutti, sia oggi considerata una pietra miliare nella storia del metal estremo. Nessun annuncio clamoroso, nessun singolo trainante: solo una manciata di copie distribuite sottobanco, un caprone in copertina e un suono che sembrava arrivare dalle viscere dell’inferno. Eppure, fu proprio da lì che cominciò tutto.
A tenere le redini di quel caos c’era Quorthon, un giovane svedese di nome Tomas Börje Forsberg, figlio di un discografico, ma artista nel senso più autentico: istintivo, autodidatta, visionario. Non cercava la perfezione, ma l’effetto. Quello che voleva e riuscì a fare era creare un’esperienza sonora che avesse il sapore della dannazione, della foresta impenetrabile, della blasfemia pagana. Non un suono per tutti, ma un suono per chi sapeva ascoltare il male come poesia.
L’album è un campo di battaglia in cui la tradizione heavy metal viene masticata e risputata sotto forma di qualcosa di più oscuro, primitivo, rituale. I riff, semplici ma minacciosi, non cercano mai l’armonia: sono come l’eco di qualcosa che urla nella notte, e continua a farlo anche quando il brano finisce. La batteria è martellante, sfugge a qualsiasi velleità tecnica: è un battito tribale, costante, ossessivo. La voce, filtrata in modo artigianale, è quasi disumana e per l’epoca, del tutto inedita.
Ma ciò che rende Bathory un’opera unica è il suo rifiuto di piacere. Dove il metal dell’epoca flirtava con l’immaginario horror come spettacolo (si pensi ad Alice Cooper o ai primi Venom), Bathory porta quell’estetica dentro il suono stesso, lo trasforma in spirito, lo fa diventare carne. È un disco che sembra registrato non in uno studio, ma in una cripta. Ascoltarlo è come assistere a un rito: non lo si capisce davvero, lo si subisce.
Non è un caso che le fondamenta del black metal scandinavo siano state gettate qui. Quorthon, senza saperlo (o forse sapendolo troppo bene), ha dato vita a una nuova forma di linguaggio metallico, che sarebbe stata raccolta e portata agli estremi da band come Mayhem, Darkthrone, Emperor. Ma loro erano solo gli apostoli: il profeta era lui.
In un’epoca in cui il metal cominciava a diventare spettacolo da arena, Bathory fu un ritorno al buio. Non ai riflettori, ma al fumo nero che avvolge l’altare. Non ai virtuosismi, ma all’invocazione. È un disco che non si può valutare con i criteri tradizionali. Non è bello, non è pulito, non è coerente. Ma è vero. Ed è eterno.
Chi cerca in un album un’esperienza che somiglia a una caduta libera nella notte, troverà qui la propria colonna sonora. E per chi ama il metal come dichiarazione di guerra al conformismo, Bathory resta ancora oggi un monumento ruvido e sacro, inciso a fuoco nel cuore del buio.
Data di uscita: 2 ottobre 1984 (approssimativa, data comunemente accettata)
Genere: Black metal
Etichetta: Tyfon Grammofon / Black Mark Production
Origine della band: Sweden




